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TRACCE DELLA DOMINAZIONE AUSTRIACA IN VENETO

Dopo le guerre napoleoniche, il Congresso di Vienna stabilì un lungo periodo di pace in Europa

dove i nuovi confini nazionali porteranno all’inglobamento del Lombardo-veneto all’Impero d’Austria (dove Milano prima del 1796 era sotto governo austriaco, mentre la novità sta nell’acquisto dei territori italiani della Repubblica di Venezia).


Per il Veneto è l’inizio di un nuovo seppur breve periodo, estremamente significativo per il territorio.


Il Veneto, legato alla storia e alla cultura della Serenissima, porta ancora oggi le sue tracce e le sue tradizioni sviluppatesi in quei secoli. Anche l’Austria ha lasciato i suoi segni, sebbene in forma minore, durante quella cinquantina d’anni di governo absburgico.


Ovviamente i segni più evidenti sono gli edifici militari costruiti per il controllo del territorio, come l’arsenale Franz Josef I a Verona e o l’infinita serie di forti piazzati da Mantova fino a Venezia, da Rovigo fino in Val d’Adige, e se vogliamo sconfinare in Trentino troviamo anche i forti della Grande Guerra; ma anche alcuni modi di dire popolari largamente usati nel dialetto veneto hanno origini più recenti di quanto potremmo credere.


Molti di questi hanno una provenienza militare data dal fatto di un incisiva presenza di coscritti italiani, soldati di leva, nelle file austriache, basti pensare che nel Lombardo-veneto venivano reclutati 8 reggimenti di fanteria di linea, 2 battaglioni del corpo degli Jager e un reggimento di cavalleria leggera, per non parlare della presenza italiana nel corpo di marina e d’artiglieria.


Ecco che possiamo trovare alcuni modi di dire già dai primi momenti della vita militare: nella fase di reclutamento dove bisognava scegliere chi doveva fare il servizio di leva, si iniziava scegliendo quali anni, di nascita, includere nella leva dove un gruppo di soldati dello stesso anno veniva chiamato classe e col corso dei decenni divenne un elemento distintivo dei giovani in età di leva tant’è che ancora oggi si dice “De che classe sito?” (Di che classe sei?) anziché “De che ano sito?” (Di che anno sei?).


Scelta la classe bisognava scegliere chi doveva fare la leva, e il procedimento avveniva a sorte con l’estrazione di un numero su una palla, dove chi estraeva il numero più basso gli toccavano i dieci anni di servizio, quindi era uno con “La bala bassa” (palla bassa – avere sfortuna), invece chi estraeva un numero alto era uno che “El ga cavà la bala alta” (ha preso la palla alta) o “El ga cavà la bala de oro” (ha preso la palla d’oro) e sono due modi per indicare un grosso colpo di fortuna perché erano i giovani che saltavano la leva obbligatoria.


In quel periodo a Vicenza c’era un canto popolare che recitava così:


A go cavà la bala

go cavà „l numero tre

E te l‟ho detto cara

Che il mio cuore non è per te

Ciao bela,

ciao cara

bela non pianser

se son soldà.


Sempre nell’ambiente militare, molti soldati italiani venivano in seguito spediti in vari angoli

dell’impero e a quei malcapitati che si ammalavano durante il servizio venivano mandati

all’ospedale militare di Ptuj, in Slovenia, in tedesco chiamato Pettau e così che entra in vigore il

modo di dire veneto “Finir a petào” o “Andare a ptao” che indica finire in disgrazia o andare a

morire. Facile pensare che ne entrassero più di quanti ne uscivano da Ptuj.



Ovviamente anche nella vita civile entrano in uso gerghi popolari nati dalla storpiatura o dall’abbreviamento di parole tedesche di uso comune, nel dialetto veronese ne possiamo trovare due esempi noti a tutti: “i Schej” ossia il denaro, deriva dalle monete spicciole austriache diffuse nell’Impero che si chiamavano Scheidemunze (appunto spiccioli), a volte schei viene usato come “unità di misura”.


Ultimo esempio che vi proponiamo è l’origine del nome di Piazza Bra a Verona, per la sua forma

gli austriaci la chiamavano in tedesco breit (cioè largo) -e si pronuncia brait- per poi accorciare in "bra".



Bibliografia


A. Costantini; Soldati dell'imperatore, i lombardo- veneti dell'Esercito Austriaco (1814-1866); Collegno (TO); 2004

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