ANTON MOLLINARY VON MONTE PASTELLO | Quarantasei anni nell’esercito dell’Imperatore
- L. Danieli

- 19 ore fa
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Di Anton Mollinary oggi rimane soprattutto qualche nome sparso sulla carta geografica. Un forte sopra la Val d’Adige. Una porta a Petrovaradin. Qualche strada. Il Monte Pastello, entrato persino nel suo predicato nobiliare. Poi, per chi si occupa del 1866, una comparsa meno felice nelle pagine dedicate a Königgrätz. È poco per un uomo che trascorse quarantasei anni nell’esercito austriaco e che, nell’arco di quella carriera, riuscì ad occuparsi di ponti, piroscafi, ferrovie, fanteria, fortificazioni, flottiglie, intelligence, politica balcanica, boschi della Frontiera Militare e, a un certo punto, persino di un vaso pieno di monete romane.
Entrò nell’esercito nel 1833. Aveva tredici anni. Quando se ne andò, nel 1879, l’Austria nella quale era cresciuto non esisteva praticamente più. Il Lombardo-Veneto era diventato italiano, la Prussia aveva riunito la Germania sotto i propri Hohenzollern, la vecchia Frontiera Militare stava scomparendo e la monarchia degli Asburgo si era trasformata in Austria-Ungheria. Mollinary aveva attraversato tutto questo con una caratteristica abbastanza rara negli ufficiali di lungo corso: osservava moltissimo e prendeva appunti. Alla fine scrisse due volumi di memorie dal titolo quasi disarmante, Sechsundvierzig Jahre im österreichisch-ungarischen Heere 1833–1879.
Quarantasei anni nell’esercito. Di materiale ne aveva.
NATO SUL CONFINE
Anton Mollinary nacque l’8 ottobre 1820 a Titel, nella Bačka, presso la confluenza del Tibisco con il Danubio. Oggi siamo in Serbia. Allora era Frontiera Militare. Non è un dettaglio geografico secondario perché tutta la sua vita sembra partire da lì.
La Frontiera era un mondo particolare, costruito nei secoli lungo il margine sudorientale dei domini asburgici. Villaggi militarizzati, comunità abituate al servizio armato, reggimenti di confine, ufficiali, posti di controllo; dietro, il ricordo ancora molto concreto delle guerre contro gli Ottomani.
Il padre Karl Mollinary era ufficiale dello Tschaikisten-Grenzbataillon. Anche il nonno materno, Ferdinand Hohensinner von Hohensinn, aveva comandato lo stesso corpo. Gli Tschaikisten meritano qualche riga.
Erano soldati fluviali, in larga parte serbi, abituati ad operare sulle Tschaiken, piccole imbarcazioni armate utilizzate lungo il Danubio, la Sava e il Tibisco. Un corpo a metà fra fanteria, marinai, cannonieri e uomini del Genio, nato per controllare fiumi che in quella parte d’Europa erano spesso più importanti delle strade. Mollinary crebbe dunque dentro una famiglia nella quale servizio militare, navigazione fluviale, ponti e confini facevano parte dell’ambiente domestico.
Più avanti avrebbe dedicato una parte considerevole della propria carriera esattamente a queste cose.
La coincidenza è comoda. Forse troppo comoda. Ma c’è.

TREDICI ANNI
Nel 1833 Anton entrò nella scuola del Corpo dei Pionieri a Tulln. Aveva tredici anni. L’Impero, evidentemente, non riteneva necessario attendere che un futuro ufficiale avesse terminato di essere un ragazzino prima di insegnargli a costruire ponti sotto il fuoco nemico.
La scuola di Tulln formava una categoria di militari che nei dipinti di battaglia compare poco. I pionieri non avevano generalmente il privilegio di lanciarsi all’assalto agitando sciabole davanti al pittore.
Dovevano fare in modo che tutti gli altri arrivassero sul posto.
Ponti, strade, passaggi, demolizioni, fortificazioni campali, attraversamenti fluviali. Una parte della guerra estremamente poco romantica e assolutamente indispensabile. Dopo alcuni anni trascorsi anche nella fanteria, Mollinary tornò al Corpo dei Pionieri. Qui incontrò Karl von Birago.
Fu probabilmente l’incontro più importante della sua prima carriera.
BIRAGO E IL PONTE CHE NON BISOGNAVA ANDARE A VEDERE
Birago stava sviluppando in quegli anni il sistema di ponti militari che avrebbe preso il suo nome.
Oggi il ponte Birago è uno di quegli oggetti che agli appassionati di storia militare sembrano immediatamente interessanti e al resto dell’umanità appaiono, con una certa ragione, come un insieme di travi. All’epoca era un’innovazione notevole. Permetteva di realizzare rapidamente ponti su cavalletti o pontoni utilizzando elementi standardizzati, trasportabili e adattabili a situazioni diverse. Il problema era che parte dei vertici dei pionieri non ne era particolarmente convinta. Nel 1840 vennero organizzate a Tulln alcune dimostrazioni del nuovo sistema e agli ufficiali del reparto viennese fu fatto capire che la loro presenza non sarebbe stata particolarmente gradita. Mollinary andò. Non da solo, ma andò. Aveva vent’anni.
Nelle memorie avrebbe poi ricordato l’impressione ricevuta osservando il sistema Birago montato sul campo. Ne comprese immediatamente i vantaggi e rimase soprattutto colpito dal carattere del suo inventore, che descrisse come serio, calmo e riflessivo. Birago, dal canto suo, si accorse del giovane tenente. Nel 1841 Mollinary venne assegnato direttamente al suo lavoro e collaborò alle successive prove sul Danubio e poi alla redazione dei regolamenti per l’impiego del nuovo materiale.
È un episodio che spiega parecchio del personaggio. Mollinary non fu un rivoluzionario.
Era però sufficientemente curioso da voler vedere con i propri occhi una cosa che i superiori avevano già deciso di non apprezzare. In un esercito nel quale il rispetto della gerarchia aveva un certo peso, non era poco.

IMPARARE DA CHI FACEVA DIVERSAMENTE
Passato successivamente al Generalquartiermeisterstab, Mollinary continuò ad occuparsi di problemi tecnici.
Nel 1846 lavorò alla riorganizzazione della flottiglia danubiana.
Nel 1847 partì per un viaggio attraverso Inghilterra, Francia, Grecia e Impero Ottomano.
Non era una vacanza culturale.
Guardava porti, flotte, pontonieri, sistemi di trasporto e organizzazioni militari.
Era uno dei tratti costanti della sua carriera: Mollinary aveva una certa propensione a controllare come gli altri risolvevano un problema prima di concludere che il sistema austriaco fosse necessariamente il migliore solo perché era austriaco.
Più tardi avrebbe pubblicato lavori dedicati al materiale da ponte francese, alle cannoniere, ai battelli mortaio, alle batterie galleggianti e all’impiego dei vapori per il trasporto delle truppe.
Poi arrivò il 1848 e l’Europa smise per qualche tempo di occuparsi serenamente di manuali tecnici.

IL 1848 DIVIDE ANCHE CASA MOLLINARY
La rivoluzione ebbe per Mollinary una conseguenza personale che merita di essere ricordata. Anton serviva nell’Armata d’Italia di Radetzky e combatteva contro il movimento nazionale italiano. Nel frattempo, nel settore ungherese dell’Impero, una parte della sua stessa famiglia finì coinvolta dalla parte opposta. Il padre Karl e uno zio vennero associati al campo ungherese durante la rivoluzione.
Nelle memorie Anton cercò di distinguere accuratamente le loro posizioni da quelle di altri parenti che, a suo giudizio, avevano aderito invece consapevolmente alla causa magiara. Dopo la guerra il padre venne comunque rimosso dal servizio.
Mollinary cercò per anni di ottenerne la riabilitazione. Non ci riuscì. È uno di quegli episodi che aiutano a capire quanto la rivoluzione del 1848 fosse più complicata delle successive narrazioni nazionali.
Il figlio combatteva per l’Imperatore in Italia. Il padre era compromesso con la rivoluzione ungherese. Altri parenti avevano scelto ancora diversamente. La monarchia multinazionale funzionava bene anche così: alle riunioni di famiglia doveva esserci parecchio da discutere.
IL GARDA
All’inizio della campagna italiana Mollinary venne impiegato sull’alto Garda. Il compito aveva poco di spettacolare. Doveva contribuire a mantenere aperte le comunicazioni fra il Tirolo e le forze austriache, controllando la zona settentrionale del lago e impedendo agli avversari di penetrare verso la valle del Sarca. Strade, lago, passaggi. Di nuovo il tipo di guerra che conosceva. La posizione del Garda era delicata. Chi controllava le vie laterali poteva condizionare i collegamenti fra il Tirolo e il sistema fortificato del Quadrilatero. Mollinary si mosse fra Riva, la Ponale e la valle di Ledro, in un settore nel quale ancora oggi basta guardare il terreno per capire quanto un sentiero possa essere più importante di un intero battaglione schierato nel posto sbagliato.
Poi la campagna cominciò ad accelerare. E Mollinary iniziò a cercarsi qualche incarico meno tranquillo.
CURTATONE, GOITO E UNA FERROVIA
Secondo la biografia di Wurzbach, Mollinary partecipò di propria iniziativa ai combattimenti di Curtatone e Goito. Successivamente gli venne affidato un distaccamento destinato ad operare molto avanti rispetto alle forze principali. Raggiunse la ferrovia fra Vicenza e Padova e fece saltare il ponte sul Ceresone, interrompendo un collegamento che avrebbe potuto essere utilizzato per inviare rinforzi.
Le ferrovie erano ancora relativamente nuove.
Ma gli eserciti avevano già capito una cosa: quando funzionavano erano utilissime, quando appartenevano all’avversario diventavano improvvisamente un problema ingegneristico. Mollinary passò quindi con notevole naturalezza dal costruire ponti al farli saltare. Il Genio militare ha sempre avuto questa ambivalenza.
IL MONTE PASTELLO
Dopo la caduta di Vicenza gli venne affidato un compito che avrebbe finito per accompagnarlo per tutta la vita. Occupare il Monte Pastello. La posizione dominava il settore di Rivoli e la Val d’Adige. Il problema era che per portarvi uomini, materiali e artiglieria occorreva prima realizzare una strada. Mollinary organizzò il lavoro sul terreno e riuscì ad aprire il collegamento necessario, rendendo possibile l’occupazione della posizione e il successivo impiego dell’artiglieria. Seguì Custoza.
Alla fine della campagna gli venne conferita la Croce di Cavaliere dell’Ordine di Leopoldo. Qualche anno più tardi il legame con quel monte divenne definitivo. Nel 1851 Francesco Giuseppe stabilì che il forte realizzato in quella posizione portasse il nome Forte Mollinary.
Quando Anton venne elevato alla nobiltà ereditaria, nel 1854, assunse il predicato von Monte Pastello.
Aveva iniziato la guerra come giovane ufficiale di Stato Maggiore. Ne usciva con una montagna nel cognome. Ci sono carriere peggiori.

LA FLOTTA DEL GARDA
Negli anni successivi Mollinary tornò ai propri interessi tecnici e fu coinvolto nella creazione e nello sviluppo del Flottillenkorps dell’Italia settentrionale. Fra i suoi incarichi vi fu anche il comando della flottiglia austriaca del Garda.
Per chi associa le guerre risorgimentali esclusivamente a fanteria, cavalleria e fortificazioni, il lago riserva qualche sorpresa. L’Austria disponeva di una piccola forza navale con piroscafi, cannoniere e unità destinate al controllo delle acque. Il Franz Joseph, l’Hess, il Benaco, la Raufbold e altre unità permettevano di spostare uomini, rifornimenti e artiglieria, sostenere le fortificazioni costiere e controllare il traffico lacustre. Per Mollinary era quasi un ritorno all’infanzia.
Era nato nel mondo degli Tschaikisten del Danubio. Ora comandava battelli armati sul Garda.

BEATRICE
Nel 1850 sposò a Riva Beatrice Giovio, vedova del barone Pietro Torresani. Il matrimonio apre una parentesi quasi da romanzo. I Torresani erano strettamente legati all’amministrazione austriaca di Milano.
Durante le Cinque Giornate del 1848 il palazzo familiare era stato invaso e saccheggiato. Una memoria successiva della famiglia racconta che Beatrice, rimasta vedova e con una figlia piccola, riuscì ad allontanarsi travestendosi con gli abiti della balia brianzola e che, durante la fuga, prestò persino assistenza a un insorto ferito.
È un racconto familiare, quindi va preso per quello che è. Ma l’immagine rimane notevole.
Nel 1848 Beatrice sarebbe fuggita da Milano in mezzo alla rivoluzione. Mollinary, nello stesso momento, combatteva per riportare la città sotto il controllo austriaco. Due anni dopo si sposarono. L’Ottocento aveva una certa capacità di costruire intrecci che oggi verrebbero giudicati troppo forzati persino in una sceneggiatura.
ANCONA
Nel 1858 Mollinary venne promosso generale maggiore. L’anno successivo arrivò una nuova guerra.
Questa volta si trovava ad Ancona, alla testa della guarnigione austriaca presente nello Stato Pontificio. Nel maggio 1859 proclamò lo stato d’assedio e iniziò a preparare la città alla difesa. Qui compare un Mollinary meno simpatico.
Le autorità municipali protestarono per il ricorso coatto alla popolazione nei lavori di fortificazione; anche il governo pontificio contestò alcune delle misure adottate. Il generale rispose, sostanzialmente, come ci si aspetterebbe da un ufficiale del Genio al quale era stato ordinato di mettere una città in condizione di sostenere un assedio. Prima i lavori. Poi le discussioni.
Quando giunse l’ordine di evacuare, Mollinary condusse la guarnigione da Ancona verso Rovigo percorrendo circa trecento chilometri in nove giorni. La campagna del 1859 terminò male per l’Austria.
Mollinary fece allora una cosa assai più interessante che lamentarsi della fortuna: studiò i francesi.
Nel 1864 pubblicò le Studien über die Operationen und Tactique der Franzosen im Feldzuge 1859 in Italien.
Un’analisi delle operazioni e della tattica francese nella guerra appena combattuta. È un testo che dice qualcosa del suo modo di pensare. Mollinary apparteneva a un esercito che aveva perso. L’avversario aveva fatto qualcosa meglio. Quindi valeva la pena capire cosa. Sembra elementare. La storia militare dimostra che non lo è. Mollinary studiò l’impiego delle truppe francesi, la loro tattica e la loro capacità di movimento. Sette anni più tardi avrebbe scoperto che comprendere un avversario dopo una guerra non garantiva automaticamente di comprendere il successivo durante la guerra.

BENEDEK
Nelle sue memorie Mollinary lasciò un giudizio piuttosto duro su Ludwig von Benedek. Lo considerava un eccellente soldato di campagna, energico e coraggioso. Sul piano della preparazione tattica, però, era assai meno indulgente. Secondo Mollinary, Benedek attribuiva troppo poco valore alle esercitazioni e si accontentava eccessivamente dell’apparenza formale dei reparti: finché le truppe sfilavano compatte, ordinate e con un bell’allineamento, molto sembrava funzionare. È un giudizio scritto dopo il 1866.
Quindi va letto con tutte le cautele necessarie. Dopo una catastrofe militare, i memorialisti sviluppano improvvisamente una memoria eccezionale per tutti i difetti che avevano già notato nei propri superiori anni prima. Rimane una testimonianza interessante. Anche perché Mollinary a Königgrätz non si limitò ad osservare gli errori altrui.
Ne commise di propri. Nel giugno 1866 era Feldmarschallleutnant e vicecomandante del IV Corpo dell’Armata del Nord. Il 29 giugno combatté a Schweinschädel. Fu uno dei primi incontri ravvicinati con l’efficacia del fucile prussiano ad ago.
La rapidità di tiro del Zündnadelgewehr aveva conseguenze tattiche che gli austriaci stavano imparando nel modo meno piacevole possibile. Il 3 luglio arrivò Königgrätz.
IL BOSCO DI SWIEP
Il IV Corpo era comandato da Tassilo Festetics. Durante il combattimento Festetics venne gravemente ferito. Mollinary assunse il comando. Il settore dello Swiepwald era già diventato una trappola. Reparti austriaci si erano impegnati in combattimenti sanguinosissimi nel bosco contro le forze prussiane. La visibilità era pessima, il coordinamento difficile e le perdite crescevano. Mollinary continuò a spingere uomini nel settore. Non aveva ancora compreso la portata dell’arrivo dell’armata del principe ereditario sul fianco austriaco.
Quando la Guardia prussiana apparve nella zona di Chlum, la battaglia era praticamente perduta. Il IV Corpo aveva consumato una quantità enorme di uomini in combattimenti che, nel quadro generale, avevano finito per non produrre alcun vantaggio decisivo. Mollinary avrebbe poi discusso a lungo delle responsabilità. Il punto resta. Nel 1848 aveva dimostrato iniziativa, capacità tecnica e velocità nel leggere il terreno. A Königgrätz lesse male la situazione. Succede. Anche agli ufficiali competenti. Forse soprattutto a loro, perché sono gli unici ai quali venga affidato qualcosa di abbastanza importante da permettere loro di sbagliare in grande.
La guerra era finita. Restava da stabilire chi avesse avuto torto. Nel 1868 il tenente colonnello Pollatschek pubblicò un intervento critico sulla condotta del IV Corpo.
Mollinary rispose. Pollatschek replicò. La polemica continuò.
Wurzbach, che scriveva quando la questione era ancora recente, osservò con evidente disagio che assistere a un Feldmarschallleutnant e a un ufficiale di Stato Maggiore, entrambi ancora in servizio, intenti a discutere pubblicamente su chi avesse sbagliato a Königgrätz non giovava esattamente alla disciplina. Forse fu una delle prime grandi polemiche pubbliche fra ufficiali dell’esercito imperiale.
Sotto un certo aspetto era anche un segno dei tempi. L’Austria aveva perso la guerra. La vecchia deferenza non bastava più.
Qualcuno voleva sapere perché. E soprattutto voleva evitare che la risposta fosse sempre: colpa di qualcun altro.

TORNARE ALLA FRONTIERA
Königgrätz non distrusse la carriera di Mollinary.
Negli anni successivi ebbe importanti incarichi in Tirolo e Vorarlberg, poi arrivò a Zagabria come comandante generale e responsabile della Frontiera Militare croato-slavona. Era un ritorno. Aveva iniziato la vita in quel mondo. Ora gli toccava contribuire a smontarlo.
La Frontiera aveva perso gran parte della propria funzione originaria. L’Impero Ottomano non rappresentava più la minaccia del passato e Vienna doveva trasformare quel vasto territorio militarizzato in una regione civile.
Sembra un problema amministrativo. Era molto di più. Bisognava decidere chi avrebbe amministrato le terre, come distribuire le risorse, cosa fare delle immense proprietà forestali, come integrare le comunità di frontiera, dove costruire strade e ferrovie, a chi sarebbero andati i soldi. A questo punto le uniformi diventavano quasi la parte semplice.
Nel 1871 scoppiò la rivolta di Rakovica guidata da Eugen Kvaternik. L’obiettivo degli insorti era creare uno Stato croato indipendente dall’Austria-Ungheria.
Mollinary reagì immediatamente. Non aspettò che da Vienna arrivasse un pacco di istruzioni accuratamente timbrate. Ordinò il movimento delle truppe disponibili e cercò di evitare che la notizia della rivolta si diffondesse troppo rapidamente, per impedire che altri reparti della Frontiera si unissero agli insorti.
La sommossa venne soffocata in pochi giorni. Kvaternik fu ucciso. Francesco Giuseppe lodò Mollinary per la rapidità e l’iniziativa. Anche a Budapest, in quel momento, furono soddisfatti. Sarebbe durata poco.
Negli anni seguenti Mollinary divenne una figura sempre più importante nella politica croata. Aveva buoni rapporti con diversi ambienti locali e nel 1872 il suo nome circolò seriamente come possibile bano di Croazia.
La nomina presentava però problemi evidenti. Mollinary era ancora un ufficiale dell’esercito. Soprattutto cominciava a sviluppare idee politiche proprie. Ed era precisamente questo che lo avrebbe reso, con il tempo, assai meno comodo.
Mollinary riteneva che lo smantellamento della Frontiera dovesse essere accompagnato da un grande programma infrastrutturale. Progettava ferrovie capaci di collegare Zemun, Mitrovica, Vinkovci, Brod, Sisak e Karlovac verso il Litorale; immaginava collegamenti attraverso la Lika e verso la Dalmazia.
Non era fantasia ferroviaria da salotto. Il problema era decidere come finanziare tutto questo.
La Frontiera possedeva immense superfici boschive. Il legname valeva denaro. Budapest guardava a quelle risorse con grande interesse.
Anche Mollinary. Solo che non erano interessati allo stesso modo.
Il governo ungherese voleva utilizzare una parte importante dei fondi per progetti coerenti con la propria strategia economica. Mollinary sosteneva invece che le ricchezze della Frontiera dovessero essere impiegate soprattutto a beneficio dei territori che le producevano.
In pratica la discussione su nazionalità, autonomie e futuro della monarchia finì per passare attraverso una domanda estremamente concreta: chi vende gli alberi e chi prende i soldi.
Molte grandi questioni politiche diventano improvvisamente più comprensibili quando si segue il denaro.
UN PO’ DI INTELLIGENCE
Zagabria era anche un eccellente punto di osservazione verso Serbia, Bosnia ed Erzegovina.
Mollinary ricevette incarichi legati alla raccolta di informazioni sui movimenti politici e nazionali oltrefrontiera. Il suo comando gestiva informatori, rapporti e fondi specifici.
Dal 1873 le informazioni raccolte sulla Serbia venivano trasmesse anche al consolato generale austro-ungarico di Belgrado.
Andrássy voleva dati attendibili e sembra fosse assai poco soddisfatto dei normali informatori di polizia.
Non cercava semplicemente un mouchard, un delatore che riportasse qualunque voce ascoltata in un caffè. Servivano informazioni utili. Mollinary si trovò così, dopo ponti, cannoniere e ferrovie, anche a dirigere una parte della rete informativa austro-ungarica nei Balcani. La sua carriera stava diventando piuttosto varia.
IL TESORO DI ZEMUN
Nel 1875 arrivò anche un problema che nessuna scuola per pionieri aveva probabilmente previsto.
A Zemun, durante alcuni lavori nel cortile di una locanda, venne trovato un recipiente pieno di monete romane d’oro. Circa duecentocinquanta aurei.
Alle autorità ne arrivarono poco più di duecentotrenta, il che significa che fra lo scavo e la consegna qualcuno aveva improvvisamente sviluppato un interesse molto personale per la numismatica... Il tesoro era importante. Le monete arrivavano fino all’età di Traiano e il deposito venne collegato al periodo delle guerre daciche.
Mollinary e il bano Ivan Mažuranić intervennero per assicurare la conservazione del ritrovamento e disposero un considerevole indennizzo per la proprietaria del terreno.
Il generale che aveva costruito strade sotto il fuoco, comandato flottiglie e combattuto a Königgrätz si trovava ora a stabilire come evitare che un tesoro romano finisse disperso fra antiquari e tasche private. Gli imperi richiedono personale versatile.

CROAZIA
Con il tempo Mollinary maturò idee sempre più precise sul futuro politico dei territori meridionali della monarchia. Immaginava un rafforzamento dell’elemento croato e guardava alla Bosnia ed Erzegovina come possibile estensione di un sistema politico meridionale legato agli Asburgo. Erano idee che difficilmente potevano entusiasmare Budapest. I rapporti con il governo ungherese peggiorarono.
Mollinary era ormai un generale molto esperto, molto conosciuto e dotato del difetto più fastidioso che un governo possa trovare in un alto funzionario: aveva cominciato a pensare di sapere cosa fosse meglio fare.
Nel 1877 venne spostato a Brünn. Poi a Lemberg. Comandi prestigiosi. Ma lontani dalla Croazia.
Nel 1878 l’Austria-Ungheria occupò finalmente la Bosnia-Erzegovina. Mollinary, che aveva trascorso anni ad occuparsi proprio di quel settore, avrebbe avuto tutte le credenziali per partecipare da protagonista. Non accadde. La politica aveva ormai deciso diversamente.
QUARANTASEI ANNI BASTANO
Nel 1879 Mollinary lasciò il servizio. Aveva cinquantanove anni. Era entrato nell’esercito quando Francesco I era ancora imperatore. Usciva sotto Francesco Giuseppe, dopo il 1848, Solferino, Königgrätz e il Compromesso austro-ungarico e si ritirò in Italia. Anche questo ha qualcosa di curioso.
Uno degli ufficiali che aveva combattuto contro l’indipendenza italiana nel 1848 e servito nuovamente l’Austria nel 1859 trascorse l’ultima parte della propria vita tranquillamente nel Regno d’Italia.
Con Beatrice si stabilì a Villa Soave, a Capiago, vicino a Como. Qui la famiglia conservava anche le raccolte e le memorie dei Giovio.
Nel 1886 nella proprietà vennero effettuati scavi archeologici; reperti, disegni e documentazione furono poi consegnati alle istituzioni comasche. Non sappiamo se Mollinary partecipasse personalmente agli scavi.
Possiamo evitare di immaginarlo ottantenne con la paletta, almeno fino a prova contraria. Rimane il fatto che anche il suo ritiro ebbe qualcosa di molto diverso dall’ozio.
CINCINNATO IN BRIANZA
Un articolo italiano del Novecento avrebbe poi definito Mollinary “Cincinnato in Brianza”. Il paragone, per una volta, non era completamente assurdo. Il generale si era ritirato in campagna dopo una lunghissima vita pubblica. Naturalmente Cincinnato non aveva trascorso quarantasei anni fra ponti militari, battelli armati, insurrezioni croate e polemiche sui bilanci ferroviari, ma l’immagine funziona.
Mollinary lavorò alle proprie memorie. Beatrice morì nell’agosto 1904. Anton la seguì il 26 ottobre a ottantaquattro anni.
I due volumi di Sechsundvierzig Jahre im österreich-ungarischen Heere uscirono l’anno successivo.
UN MEMORIALISTA POCO DOCILE
Le memorie di Mollinary sono particolarmente interessanti perché non furono scritte da un uomo che avesse trascorso la carriera in un unico ambiente. Aveva visto l’esercito dall’interno di un corpo tecnico, dallo Stato Maggiore, da un comando operativo, da una flottiglia, da una fortezza, da un’amministrazione territoriale e da una posizione quasi politica.
Conobbe Birago. Servì sotto Radetzky. Giudicò Benedek. Combatté contro piemontesi, italiani, francesi e prussiani. Osservò l’introduzione del vapore e della ferrovia nell’arte militare. Vide scomparire la Frontiera nella quale era nato.
E, soprattutto, non aveva un’opinione particolarmente remissiva su tutto ciò che aveva visto.
Questo rende le sue pagine preziose. Ma non neutrali. Mollinary raccontava anche per spiegare se stesso. Quando giudica Benedek bisogna ricordare che sta scrivendo dopo Königgrätz. Quando ricostruisce il comportamento del proprio corpo nel 1866 sa perfettamente che altri ufficiali lo hanno accusato. Quando parla della politica croata racconta una battaglia politica che aveva perduto. È esattamente per questo che vale la pena leggerlo. Le memorie migliori non sono quelle senza pregiudizi. Sono quelle nelle quali riusciamo a vedere abbastanza bene quali fossero.

NON ERA UN GENIO. PER FORTUNA
La figura di Mollinary diventa particolarmente interessante quando si smette di cercare di stabilire se fosse un grande generale. La domanda serve relativamente poco. Era un ottimo ufficiale tecnico. Aveva curiosità. Sapeva organizzare. Aveva iniziativa. Capiva l’importanza delle infrastrutture e della tecnologia. Nel 1848 queste qualità funzionarono molto bene. A Königgrätz molto meno. Fu capace di leggere una posizione sulla Val d’Adige e di trasformarla in un vantaggio militare. Nel bosco di Swiep non comprese abbastanza rapidamente ciò che stava accadendo. Studiò con attenzione la tattica francese dopo il 1859. Nel 1866 non riuscì a trarre in tempo tutte le conseguenze della superiorità prussiana che aveva già potuto osservare a Schweinschädel.
Non c’è alcuna contraddizione. Un uomo competente può sbagliare. Un uomo capace può avere giornate disastrose. Un generale può comprendere perfettamente un ponte e molto meno una battaglia.
La storia militare diventa noiosa quando ogni personaggio deve essere trasformato o in un genio incompreso o in un cretino responsabile di tutto. Mollinary fu molto più interessante.
Forse la cosa più impressionante della sua vita è la distanza fra il punto di partenza e quello di arrivo.
Nacque nel 1820 in una famiglia legata a un battaglione di frontiera che pattugliava il Danubio con piccole imbarcazioni. Da giovane vide Birago costruire ponti modulari. Poi arrivarono i vapori. Le ferrovie. Le grandi fortezze moderne. Le armi a retrocarica. La telegrafia. La guerra industriale del 1866. Alla fine della carriera Mollinary discuteva di reti ferroviarie balcaniche, fondi forestali e intelligence politica.
Era ancora un generale dell’esercito imperiale. Ma l’esercito nel quale aveva iniziato non sarebbe stato in grado neppure di riconoscere buona parte dei problemi che quello del 1879 doveva ormai affrontare.
Mollinary attraversò questo cambiamento senza rimanere completamente indietro. Che non significa esserci sempre arrivato per primo.
Significa qualcosa di più semplice: continuò a guardare. A volte capì. A volte sbagliò. Spesso litigò.
Qualche volta costruì un ponte, altre lo fece saltare.
Alla fine lasciò quasi mezzo secolo di esperienza scritto su carta. Per chi voglia capire l’esercito austriaco dell’Ottocento, è il suo lascito più importante.
Non una successione di battaglie e uniformi, una macchina gigantesca composta da uomini, strade, cavalli, battelli, denaro, ordini, ambizioni, foreste, ponti e decisioni prese qualche minuto troppo tardi.
Mollinary vi rimase dentro per quarantasei anni. Abbastanza da vederla cambiare quasi completamente. Non abbastanza, probabilmente, da smettere di volerle spiegare come avrebbe dovuto funzionare.
L. Danieli
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