SOLDATI, SCANDALI E AMICIZIE PARTICOLARI | L'OMOSESSUALITà NELL'ESERCITO ASBURGICO TRA IL 1780 E IL 1866
- L. Danieli

- 2 giorni fa
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Premessa
All'HGM di Vienna, il tempio dell'arte militare austriaca, ogni domenica organizzano tour guidati tematici: una necessità vista la vastità della collezione e una forma assolutamente affascinante di leggere la storia militare senza affidarsi unicamente a letture meramente cronologiche o verticali (evoluzione di questo o quel corpo o di questo o quell'aspetto specifico). Uno dei percorsi che maggiormente mi ha stupito è quello che titola "Queering HGM - Storie nascoste e tracce visibili di storia queer all'HGM". E mi ha incuriosito molto la tematica perché sembra lontanissima dall'immagine classica che l'esercito ha sempre dato di sé. Da questo spunto nasce questo breve saggio sull'argomento, in attesa di poter fare personalmente quella visita tematica.

Quando Netflix mette in scena il passato, la discussione comincia spesso prima ancora della storia. È accaduto con Bridgerton, ed è accaduto, in modo diverso, con L’imperatrice: basta che in una corte settecentesca o ottocentesca compaiano desideri, corpi o identità che lo spettatore considera “moderni” perché qualcuno gridi all’anacronismo. Come se il passato fosse stato abitato soltanto dalle persone che i documenti ufficiali erano disposti a nominare.
La domanda giusta, però, non è se una serie Netflix abbia distribuito correttamente le nostre etichette contemporanee fra parrucche, uniformi e sale da ballo. È piuttosto: che cosa poteva dire di sé un uomo che desiderava un altro uomo prima che esistesse perfino la parola “omosessualità”? E che cosa restava scritto quando quell’uomo era un soldato, un cadetto o un ufficiale di una monarchia che faceva della disciplina e dell’onore due strumenti di governo?
Qui la televisione finisce e comincia l’archivio. Non vi troviamo personaggi già pronti, con una psicologia trasparente e una identità dichiarata. Troviamo frammenti: un ussaro chiamato "Maitresse" di un conte; soldati fermati nelle strade viennesi; un ex generale minacciato di pubblico processo; un giovane che molti anni dopo raccontò a Karl Heinrich Ulrichs il proprio legame con un capitano di cavalleria; cadetti uniti da un’amicizia che il gergo dell’accademia indicava con una parola oggi quasi dimenticata, Schmalzel.
La storia è meno rassicurante di una sceneggiatura. Quasi tutte queste persone diventano visibili soltanto quando qualcuno le denuncia, le sorveglia o le usa contro un avversario. Ma il fatto che la fonte nasca dallo scandalo non significa che dietro lo scandalo non vi fossero vite reali.
Nell’estate del 1820 la polizia di Vienna cominciò a interessarsi a quanto accadeva, al calare della luce, in alcuni luoghi pubblici della città. Soldati e civili avvicinavano altri uomini; vi erano approcci, inviti, forse prestazioni pagate. Alcuni erano già stati arrestati. Nei rapporti si parlava di pratiche «vergognose» e «ripugnanti», di Unzucht, di pederastia e persino di masturbazione, mettendo insieme atti che non erano necessariamente gli stessi. L’ordine rivolto alla polizia era di scoprire le «diverse forme di atti sessuali che avvengono fra uomini», da qualche tempo sempre più visibili nei luoghi pubblici, soprattutto al crepuscolo o durante la notte.
È un’immagine molto diversa da quella dell’esercito asburgico che siamo abituati a incontrare. Ci sono uomini in uniforme che, terminato il servizio, entrano nella vita meno presentabile della capitale; ci sono passanti, denaro, arresti e funzionari che faticano persino a definire con precisione ciò che stanno perseguendo.
E' da qui che conviene cominciare.
Ricercare l’omosessualità nell’esercito asburgico fra il 1780 e il 1866 non significa infatti compilare un elenco di ufficiali o soldati ai quali attribuire, due secoli più tardi, un’identità moderna. La parola stessa Homosexualität non esisteva ancora: sarebbe stata coniata soltanto nel 1869. Gli uomini del periodo parlavano di Päderastie, Sodomie, Unzucht wider die Natur, “vizio”, “corruzione”, “seduzione” e “rapporti innaturali”; oppure non ne parlavano affatto, ricorrendo a formule più vaghe, a scherzi, allusioni e silenzi.
Questi termini, peraltro, non erano equivalenti. Päderastie poteva indicare genericamente il sesso fra uomini, ma anche un rapporto diseguale per età, denaro o condizione sociale. Unzucht wider die Natur era anzitutto una categoria giuridica e poteva riunire atti diversi. “Amicizia” poteva essere soltanto amicizia; Liebling, favorito, poteva indicare una predilezione personale, una protezione o qualcosa di più. Leggere queste fonti richiede dunque una certa prudenza, forse più di quanta ne occorra per una battaglia. L’archivio, in questo caso, non conserva la normalità. Conserva ciò che divenne scandalo.
Prima del 1780: due eroi e la loro reputazione
L’esercito asburgico non entrò nell’età delle rivoluzioni senza memoria. Il suo eroe per eccellenza, il principe Eugenio di Savoia, era stato anche il protagonista di una reputazione sessuale che circolava nelle corti europee. La fonte più citata non è una confessione di Eugenio né il diario di un amante, ma la corrispondenza di Elisabetta Carlotta del Palatinato, duchessa d’Orléans, detta Liselotte: una osservatrice formidabile, molto informata e altrettanto pronta alla maldicenza.
Il 17 agosto 1710 Liselotte scrisse alla raugravia (una specie di contessa di tedesca) Luisa che Eugenio non si incomodava con le donne e che «ein par schonne Pagen weren beßer sein Sach»: “un paio di bei paggi sarebbero stati più di suo gusto”. In altre lettere richiamò i soprannomi femminili — “Madame Simone” e “Madame l’Ancienne” — che gli sarebbero stati attribuiti nella giovinezza trascorsa nell’ambiente di corte di Monsieur, Filippo d’Orléans. Sono testimonianze coeve della voce, non prove indipendenti dei rapporti descritti. Furono inoltre scritte dopo che il comandante imperiale era diventato uno dei principali nemici militari della Francia di Luigi XIV. La collocazione politica della maldicenza conta.

Conta però anche ciò che la rendeva credibile. Paggi, lacchè, favoriti, travestimento e ruolo “femminile” costituivano un repertorio comprensibile nella società di corte. La reputazione di Eugenio mostra che la fama di amare uomini non era incompatibile con il comando, la gloria militare e il vertice dello Stato asburgico. Non dimostra automaticamente che egli corrispondesse a una moderna identità omosessuale. Il dato solido è la persistenza della voce e il lessico usato per trasmetterla.
Una generazione più tardi lo stesso accadde, con documentazione ancora più abbondante, a Federico II di Prussia. Il caso è esterno alla monarchia asburgica, ma interno alla cultura militare che essa osservava, combatteva e in parte imitava. Il giovane Federico ebbe rapporti intensissimi con paggi, cadetti e ufficiali; suo padre li interpretò come segni di effeminatezza e corruzione. L’intimità con il paggio Peter Karl Christoph von Keith fu registrata dalla sorella Guglielmina come eccessiva rispetto alla posizione del principe; la relazione con Hans Hermann von Katte entrò nella tragedia politica del tentativo di fuga del 1730 e dell’esecuzione di Katte. Né l’una né l’altra vicenda, da sola, consente di stabilire la natura fisica del legame.
Più esplicita, e per questo più problematica, è la pagina che Voltaire scrisse dopo la rottura con il re. Nei Mémoires pour servir à la vie de M. de Voltaire, pubblicati abusivamente nel 1784, raccontò che, una volta vestito e calzati gli stivali, Federico convocava due o tre favoriti: «Lieutenants ou Sous-Lieutenants de son régiment, soit Pages, soit Heiduques, ou jeunes Cadets». Dopo il caffè, colui al quale il re gettava il fazzoletto rimaneva con lui tête-à-tête per qualche minuto. Voltaire aggiunge dettagli fisici e medici deliberatamente umilianti.
È una descrizione circostanziata, proveniente da un uomo che aveva conosciuto bene la corte di Potsdam; è anche la vendetta letteraria di un ex amico. Va quindi usata come testimonianza informata e ostile. Dimostra con certezza che nel pieno Settecento la vita privata del più celebre re-soldato d’Europa poteva essere narrata attraverso favoriti scelti fra ufficiali, paggi e cadetti. Non dimostra, da sola, che ogni scena sia avvenuta nel modo raccontato.

Eugenio e Federico restano fuori dal limite cronologico principale di questo articolo: il primo morì nel 1736, il secondo nel 1786, appena all’inizio del periodo considerato. Servono come antefatto. Mostrano che il nesso fra desiderio maschile, favoritismo e vita militare non fu inventato nell’Ottocento, né attendeva il nome coniato nel 1869 per essere riconosciuto. Mostrano anche la regola che governerà quasi tutte le fonti successive: la condotta privata appare quando diventa arma politica, satira o scandalo.
Ciò che la legge proibiva e ciò che l’autorità vedeva
Nella monarchia asburgica i rapporti sessuali fra persone dello stesso sesso attraversarono, fra la fine del Settecento e l’Ottocento, diverse sistemazioni normative. La legislazione giuseppina aveva eliminato la pena di morte prevista dalla tradizione precedente, senza per questo riconoscere tali condotte come lecite. Il codice penale del 1803 tornò a qualificare l’Unzucht wider die Natur come delitto. La formula era volutamente ampia e non offriva una descrizione minuziosa degli atti punibili; lasciava quindi una parte non piccola del problema all’interpretazione di giudici, funzionari e medici.
In teoria la proibizione era netta, nella pratica lo era molto meno. Il fatto oggettivo è che questa proibizione, come molte altre, così ripetuta e ricorrente, segnala l'esistenza di casistiche che, secondo la morale del tempo, la richiedevano.
Una condotta consumata senza testimoni poteva non lasciare alcuna traccia. Perché comparisse nei documenti serviva quasi sempre qualcos’altro: una denuncia, un ricatto, un minore, un rapporto di subordinazione, una prestazione pagata, un comportamento visibile in pubblico oppure l’interesse della polizia per una persona già sospetta per altre ragioni. Questo spiega perché le fonti non restituiscano una mappa della sessualità militare, ma piuttosto una geografia dello scandalo.
La differenza è sostanziale. Non sappiamo quante relazioni fra uomini siano esistite nelle guarnigioni, durante le campagne o nei lunghi periodi trascorsi nelle camerate (in cui i letti erano tendenzialmente da 2). Sappiamo qualcosa soltanto di quelle che, per una ragione o per l’altra, superarono la soglia del privato.

Un conte, un ussaro e una denuncia scomparsa
Nel 1805 apparvero anonime, a Straubing (Baviera), due parti di un’opera dal titolo piuttosto eloquente: Verbotene Schriften, “Scritti proibiti”. L’autore criticava l’ipocrisia dell’aristocrazia, della Chiesa, della polizia e della giustizia; fra i capitoli del secondo volume ve n’era uno dedicato alla Knabenschändung, termine che non va tradotto troppo rapidamente come abuso di minori perché nel linguaggio del tempo poteva comprendere più in generale i rapporti sessuali fra uomini.
L’opera è oggi attribuita ad Amand Berghofer, scrittore dalla vita piuttosto irregolare e, cosa non secondaria, censore a Praga. Quando nel 1809 uscì una seconda edizione, il Ministero di polizia e il governo boemo cercarono di individuarne l’autore. Berghofer fu interrogato nel marzo del 1810; negò di avere scritto alcune parti del libro, ma ammise di avere discusso con il censore Procházka del «vergognoso vizio della pederastia». Le sue risposte e le somiglianze con altri suoi scritti convinsero le autorità della sua responsabilità.
Fra i personaggi accusati nelle Verbotene Schriften compare un non meglio identificato “conte B.”. Secondo l’autore, il conte avrebbe mantenuto un ussaro come propria Maitresse, cioè come amante; quando l’ussaro lo denunciò, le relazioni del nobile con gli uomini della giustizia avrebbero consentito di mettere tutto a tacere.

Il racconto è forte, forse persino troppo perfetto per le intenzioni polemiche di Berghofer: il potente aristocratico, il soldato trasformato in amante stipendiato, la denuncia e infine l’insabbiamento. Non possediamo, almeno per ora, né il nome del conte né quello dell’ussaro; non è emerso il procedimento al quale l’autore allude. Non possiamo quindi presentarlo come un caso giudiziariamente provato.
Ciò non rende il passo inutile. Anzitutto l’accusa era comprensibile ai lettori del 1805: l’immagine di un nobile che manteneva un ussaro come avrebbe mantenuto una donna non aveva bisogno di spiegazioni. D’altro canto il soldato non compare soltanto come vittima passiva della volontà di un superiore sociale. Avrebbe denunciato il conte; si sarebbe dunque servito, almeno secondo Berghofer, proprio di quella giustizia che poi lo tradì.
La scelta della parola Maitresse dice molto. Femminilizza il ruolo dell’ussaro, ma soprattutto rende leggibile il rapporto attraverso un modello conosciuto: quello dell’amante mantenuta. Il problema, nell’argomentazione dell’autore, non era soltanto il sesso fra uomini. Era l’abuso del denaro e del rango, quindi l’impunità concessa ai potenti. Un uomo comune sarebbe stato punito; un conte poteva far scomparire la denuncia.
È una voce, non una sentenza. Eppure le voci, quando sono coeve, raccontano almeno ciò che una società riteneva possibile.
Vienna, 1820: soldati nella notte
Quindici anni più tardi il quadro cambia. Non siamo più davanti a un pamphlet anonimo, ma a documenti della polizia. Il 21 luglio 1820 la direzione superiore viennese riferì al Ministero di avere indagato su contatti sessuali fra uomini che avvenivano in pubblico e, con ogni probabilità, dietro pagamento. Fra le persone coinvolte vi erano soldati e civili che avvicinavano passanti maschi; alcuni erano già stati fermati.
Il linguaggio degli uffici inferiori era colorito. Si parlava di condotte “vergognose”, di misfatti “ripugnanti”, di schändliche Unzucht e del «vizio della pederastia o della masturbazione». La risposta ministeriale fu più astratta: condannò l’insieme come aberrazione morale e richiamò la tutela dell’ordine pubblico. La stessa incertezza delle parole è interessante. Gli agenti, chiamati a raccogliere prove, cercavano di descrivere; gli uffici superiori tendevano invece a ricondurre tutto entro categorie più generiche.

La direttiva ordinava di individuare le verschiedenen Gattungen der unter Männern vorfallenden Unzucht, le differenti forme degli atti sessuali che avvenivano fra uomini. Aggiungeva che nei luoghi pubblici si verificavano, di solito al crepuscolo o di notte, diversi approcci, tentativi o inviti. Non era quindi soltanto un singolo episodio. La polizia riteneva di trovarsi davanti a un fenomeno visibile e in aumento.
Non conosciamo ancora i nomi dei soldati né i loro reggimenti. Potrebbero essere stati uomini della guarnigione, attendenti, soldati di passaggio o militari in licenza. Proprio questa lacuna impedisce di trasformare il fascicolo in una storia personale. Il documento dimostra però qualcosa di meno spettacolare e forse più importante: uomini in uniforme partecipavano alle reti urbane di incontro e di prostituzione maschile della capitale.
Non è necessario immaginare un ambiente organizzato secondo categorie novecentesche. Bastano alcuni luoghi conosciuti, certe ore, gesti e formule di approccio comprensibili a chi li frequentava. La città forniva anonimato, occasioni e denaro; l’uniforme non separava il soldato da tutto questo. Semmai lo rendeva più riconoscibile.
Nove anni più tardi, il 1º gennaio 1829, la direzione di polizia del distretto di Josephstadt riferì che in alcune parti pubbliche di Vienna avvenivano rapporti sessuali fra uomini più giovani e uomini più anziani «in forma di prostituzione». Nel breve regesto oggi disponibile non sono nominati militari, quindi non sarebbe corretto collegare automaticamente questo secondo rapporto ai soldati del 1820. La continuità del problema, tuttavia, è evidente: ciò che la polizia aveva osservato all’inizio del decennio non era scomparso.
Il caso viennese pone inoltre una distinzione destinata a ricomparire più volte. Il sesso privato poteva restare invisibile; il sesso pagato e praticato negli spazi pubblici diventava una questione di polizia. Non soltanto perché proibito, ma perché produceva quell’öffentliches Ärgernis, lo scandalo pubblico, che le autorità avevano il compito di contenere.
Il generale Pedrinelli e il processo che non si fece
Fra il 1823 e il 1824 la polizia di Praga sorvegliò Gabriele Pedrinelli, già generale e funzionario del Regno di Napoli. Non era un ufficiale asburgico e perciò il suo caso va tenuto ai margini della storia strettamente reggimentale; appartiene però in pieno al funzionamento della monarchia e mostra come un’accusa sessuale potesse essere usata contro un uomo che continuava a presentarsi anzitutto come soldato.
Pedrinelli era sospetto per ragioni politiche. Aveva partecipato alla stagione rivoluzionaria napoletana e, dopo vicende alterne, si era stabilito a Praga, dove cercava di avviare una distilleria. Intorno a lui si mosse una rete di agenti, domestici, prostitute e testimoni indiretti. La levatrice Maria Nedwied e la cognata Theresia Chalaupkin riferirono alla polizia quanto avevano appreso da Lisette Wowes, una prostituta: Pedrinelli avrebbe richiesto rapporti “alla maniera dei pederasti”, praticato atti anali e orali con donne e fatto uso di uomini nello stesso modo.
Un apprendista carradore di nome Král avrebbe ricevuto un’offerta di denaro per permettere a Pedrinelli di fare del suo corpo ciò che voleva. Král avrebbe rifiutato, raccontando poi l’accaduto ad altri apprendisti e alla fidanzata. Anche questo elemento rimase, però, entro una catena di testimonianze non ancora trasformata in prova processuale.
Il 4 febbraio 1824 il funzionario Johann Lorensi si presentò nell’abitazione dell’ex generale. Lo accusò di unnatürliche Ausschweifungen in der Liebe, “eccessi innaturali nell’amore”, consistenti nel prendere piacere con ragazzi e ragazze. Pedrinelli si mostrò turbato e cercò anzitutto di capire quanto l’accusa potesse condurlo davanti a un tribunale. Ammise rapporti con donne, ma negò quelli con ragazzi: «Aber mit Knaben, nein, mit Knaben habe ich mich nie eingelassen»; “Ma con ragazzi, no: con ragazzi non ho mai avuto a che fare”.
La risposta di Lorensi andò al cuore della questione. Anche se le prove non fossero risultate sufficienti, il nome di Pedrinelli sarebbe stato trascinato in tribunale sotto un’accusa infamante. Era ancora in tempo per prendere una decisione; presto non lo sarebbe stato più.
Pedrinelli capì. Chiese il passaporto per Monaco e lasciò Praga il 6 febbraio. Le autorità boeme avevano ottenuto ciò che volevano senza processo, senza sentenza e senza dovere chiarire se l’accusa riguardasse rapporti con uomini, rapporti con giovani subordinati oppure determinate pratiche sessuali compiute anche con donne.
Il caso va letto con cautela. Le fonti di polizia sembrano precise, ma furono prodotte da uomini interessati ad allontanare un soggetto politicamente sgradito; molte informazioni provenivano da racconti indiretti. È documentata la sorveglianza. È documentata la minaccia. È documentata la partenza. Non sono invece provati tutti gli atti attribuiti a Pedrinelli.
Proprio per questo l’episodio è esemplare. Lo scandalo poteva funzionare meglio della giustizia. Un procedimento per Unzucht wider die Natur, anche concluso con un’assoluzione, avrebbe distrutto una reputazione. La polizia disponeva così di uno strumento formidabile: non occorreva dimostrare l’accusa, bastava renderne credibile la pubblicità.
Ufficiali, soldati e rapporti di potere
I casi finora emersi insistono su una caratteristica comune: la disuguaglianza. Il conte B. avrebbe mantenuto un ussaro; Pedrinelli avrebbe offerto denaro a giovani artigiani; a Vienna uomini più anziani pagavano uomini più giovani. Anche il termine Päderastie, che oggi induce immediatamente a pensare a una precisa differenza d’età, veniva spesso usato in modo più largo per rapporti considerati diseguali per condizione, esperienza o ricchezza.
In un esercito fondato sulla gerarchia il problema era inevitabilmente più delicato. Un rapporto fra un ufficiale e un soldato non poteva essere separato con facilità dalla disciplina e dal potere di comando. Un superiore controllava licenze, punizioni, destinazioni e avanzamenti; poteva proteggere un favorito oppure rovinarlo. D’altro canto proprio questa struttura poteva offrire copertura: l’intimità poteva essere presentata come servizio personale, protezione, cameratismo o predilezione.
Non va trascurata, infine, la capacità dell’uniforme militare di valorizzare il corpo secondo i modelli estetici del periodo. Fra la fine del Settecento e la metà dell’Ottocento la moda maschile, civile e militare, tendeva a sottolineare le qualità allora associate alla virilità: spalle larghe, petto prominente, vita stretta, gambe robuste e portamento eretto. Le giubbe corte e aderenti dell’età napoleonica modellavano il busto; le culottes e i primi pantaloni lunghi seguivano da vicino la forma delle gambe, mentre cinturoni e spalline accentuavano rispettivamente la vita e l’ampiezza delle spalle. I corazzieri aggiungevano il volume e il riflesso metallico della corazza; dragoni e ulani l’altezza degli stivali e una postura resa più imponente dal servizio a cavallo. Negli ussari questo effetto era particolarmente evidente: dolman attillato, alamari disposti sul petto, pantaloni aderenti e pelliccia portata sulla spalla costruivano un’immagine di giovinezza, eleganza e sicurezza. Non si trattava, naturalmente, di uniformi concepite per attribuire al soldato un significato sessuale, né è possibile dedurre i comportamenti individuali dal modo di vestire. Esse rendevano però molto visibile il corpo di uomini spesso giovani e fisicamente selezionati; potevano quindi attirare l’attenzione e suscitare interesse anche in altri uomini. La presenza di ussari nel racconto del conte B. e nella testimonianza pubblicata da Ulrichs non prova l’esistenza di una specifica cultura omosessuale nella cavalleria leggera, ma può essere letta anche alla luce del prestigio e dell’attrattiva che l’immaginario contemporaneo attribuiva a quella figura militare.

Le fonti disponibili non permettono ancora di descrivere un caso asburgico certo, anteriore al 1866, di relazione continuativa fra un ufficiale e un proprio subordinato di reparto. Il conte e l’ussaro di Berghofer appartengono a un’accusa anonima; i soldati di Vienna non hanno nome; il racconto ricordato più tardi da Karl Heinrich Ulrichs, relativo a un giovane viennese e a un capitano degli ussari intorno al 1854, ci è giunto attraverso la selezione teorica dello stesso Ulrichs e necessita ancora di una collazione completa nell’edizione originale.
Quest’ultimo episodio è comunque significativo. Ulrichs fu il primo autore di lingua tedesca a costruire una teoria positiva e naturale dell’amore fra uomini, che definì Urningthum. Quando pubblicava testimonianze personali non lo faceva come un poliziotto o un cronista neutrale: cercava prove a sostegno dell’esistenza di una disposizione innata. Il racconto del giovane viennese può quindi testimoniare che una relazione con un ufficiale degli ussari era stata narrata e ritenuta degna di pubblicazione; non consente, da solo, di stabilire ogni particolare né di attribuire ai protagonisti una moderna identità omosessuale.
La distinzione è importante. Una cosa è quanto il giovane raccontò. Un’altra è ciò che Ulrichs scelse di stampare. Un’altra ancora è l’interpretazione che ne diede.
Dentro le camerate: il silenzio più difficile
Se le strade di Vienna hanno lasciato qualche traccia, la caserma ne ha lasciate molte meno. È un paradosso soltanto apparente. La vita militare riuniva per anni uomini molto giovani, spesso non sposati, in spazi comuni: camerate, ospedali, corpi di guardia, accampamenti, convogli e fortezze. L’intimità fisica era ordinaria; il linguaggio affettivo fra amici poteva essere intenso senza essere necessariamente sessuale. Proprio questa normalità rende oggi difficile distinguere i rapporti.
La memorialistica militare parla molto di amicizia, protezione, compagni inseparabili, favoriti e giovani ufficiali ai quali un superiore si mostrava particolarmente legato. Quasi mai spiega che cosa avvenisse in privato. Anche formule come “amicizia particolare” o besondere Freundschaft devono essere lette nel contesto. Possono alludere a una relazione erotica, ma possono anche descrivere un legame sentimentale perfettamente accettato dal mondo del tempo.
Un autore importante per comprendere questo ambiente è Oscar Teuber. Le sue raccolte Im Cadeten-Institut e Tschau! Lose Skizzen aus der Militär-Akademie, pubblicate nel 1881, conservano scene, soprannomi, scherzi, violenze e consuetudini della formazione militare austriaca. Teuber frequentò i Kadetteninstitute di Eisenstadt e St. Pölten fra il 1868 e il 1870, poi la Theresianische Militärakademie di Wiener Neustadt fino al 1873.

Il limite cronologico va detto con chiarezza: Teuber non racconta esperienze precedenti al 1866. Entrò in quegli istituti due anni più tardi. È però un testimone diretto di strutture, personale e tradizioni che non nacquero improvvisamente nel 1868; il mondo da lui descritto si era formato negli anni precedenti e conservava ancora molto dell’esercito sconfitto nel 1866.
La verifica testuale di "Tschau!" consente ora di andare oltre il richiamo generico. Nelle prime pagine Teuber descrive il rovesciamento che attendeva chi arrivava a Wiener Neustadt dopo essere stato un allievo anziano in un istituto cadetti. Il “signore Iddio” del quarto anno tornava a essere un Fuchs, una matricola sulla quale tre corsi avevano il diritto di infierire, «es sei denn, daß er mit der Freundschaft eines der höheren Herren beehrt und zum “Schmalzel” erhoben wird»: “a meno che non sia onorato dell’amicizia di uno dei signori dei corsi superiori ed elevato a Schmalzel”.
La parola appartiene al gergo interno. Non designa semplicemente il compagno di banco: indica il giovane scelto e protetto da un anziano, quindi una relazione personale che interferisce con la gerarchia collettiva delle angherie. Teuber non la spiega perché presume che i suoi lettori militari la conoscano. Proprio questa naturalezza è la parte più preziosa della testimonianza.
Il termine ricompare a pagina 139, nella descrizione degli arresti. Attraverso lo spioncino della porta, racconta Teuber, «lugt das “Schmalzel”, das “Spect” herein und verproviantirt den schmachtenden Freund»: lo Schmalzel, lo Spect, fa capolino e rifornisce di viveri “l’amico languente”. Con denaro e buone parole può aprirsi anche la porta della cella, e «ein Plauderstündchen hält die Freunde in süßer Einsamkeit vereinigt»: “un’oretta di conversazione tiene uniti gli amici in dolce solitudine”.
L’allusione è abbastanza marcata da permettere una lettura omoerotica: coppia esclusiva, differenza di anzianità, protezione, desiderio, linguaggio sentimentale e incontro clandestino. Non basta però per affermare che ogni rapporto-Schmalzel fosse sessuale, né che Teuber stia confessando o denunciando una pratica precisa. Il tono è comico; schmachtend e “dolce solitudine” possono accentuare ironicamente una amicizia privilegiata proprio perché il pubblico riconosceva il doppio senso.
Teuber è dunque una fonte sulla cultura relazionale dei cadetti e sulla sua dicibilità. Mostra che nell’accademia immediatamente successiva al 1866 esistevano un nome e un copione per la predilezione di un anziano verso un giovane. È più di un silenzio e meno di un procedimento giudiziario. Soprattutto non può essere retrodatato: le scene appartengono agli anni 1870–1873 e furono pubblicate nel 1881. Possono illuminare consuetudini ereditate, non provare che la stessa forma e lo stesso termine fossero in uso da ben prima di Königgrätz.
La Militärgrenze e un’assenza che va riconosciuta
La frontiera militare avrebbe tutte le caratteristiche per diventare un campo di ricerca privilegiato. Comunità militarizzate, guarnigioni isolate, lunghi servizi, convivenza fra soldati di provenienza diversa e una giustizia in larga parte dipendente dall’autorità militare avrebbero potuto produrre una documentazione significativa. Eppure, allo stato attuale della ricerca, non è emerso un caso concreto fra il 1780 e il 1866 sufficientemente verificato da poter essere raccontato senza forzature.
Non significa che tali rapporti non esistessero. Significa soltanto che non sono ancora stati trovati nei fondi degli auditori, dei comandi generali e dei reggimenti confinari, oppure che vi compaiono sotto formule meno riconoscibili: Unkeuschheit, “seduzione”, “vizio”, “atti disonorevoli”, infrazioni alla disciplina e scandali fra militari e civili.
In una ricerca del genere ammettere una lacuna è preferibile a colmarla con un’analogia. La Militärgrenze non era Vienna; una guarnigione di confine non era un’accademia; un soldato confinario sposato e inserito nella propria comunità viveva condizioni diverse da quelle di un giovane cadetto o di un militare di passaggio nella capitale.
Tolleranza, repressione e pubblico scandalo
Ciò che emerge non è dunque un sistema semplice nel quale ogni rapporto fra uomini veniva scoperto e punito. La legge proibiva; la società condannava; tuttavia la capacità dello Stato di entrare nelle vite private rimaneva limitata e, in molti casi, l’autorità stessa non aveva interesse a farlo.
La polizia interveniva con maggiore decisione quando si sommavano altri elementi: denaro, spazi pubblici, giovani, dipendenza sociale, denuncia, ricatto o sospetto politico. Poteva chiudere un occhio davanti a un comportamento invisibile e colpire duramente quello che minacciava l’ordine, l’educazione morale o il decoro. Poteva proteggere un potente, come denunciava Berghofer, oppure servirsi della medesima accusa per liberarsi di un uomo sgradito, come accadde a Pedrinelli.
Non era tolleranza nel significato contemporaneo. Era piuttosto una gestione selettiva del silenzio.
Anche l’esercito aveva interesse a evitare lo scandalo. Un processo contro un ufficiale non colpiva soltanto l’imputato, ma il reggimento, il corpo e l’immagine dell’istituzione. La disciplina poteva quindi essere ristabilita in modi meno visibili: trasferimenti, congedi, pressioni alle dimissioni, punizioni per infrazioni collaterali. Il problema è che proprio queste soluzioni lasciano poche tracce e rendono difficile distinguere un provvedimento ordinario dalla rimozione discreta di uno scandalo sessuale.
La repressione ufficiale e la tolleranza informale non erano due politiche opposte. Erano, per molti versi, parti dello stesso sistema. La minaccia della legge acquistava forza proprio perché non era necessario applicarla sempre; bastava che tutti sapessero quali conseguenze avrebbe avuto una denuncia pubblica.
Uomini prima delle categorie
Resta infine il problema delle identità. Il conte B., l’ussaro, i soldati fermati a Vienna, gli uomini più giovani e anziani di Josephstadt, Pedrinelli e il giovane ricordato da Ulrichs non possono essere riuniti senza differenze sotto un’unica definizione moderna.
Alcuni possono avere desiderato esclusivamente uomini; altri anche donne. Alcuni possono avere cercato denaro, protezione o vantaggi; altri affetto. Alcuni rapporti possono essere stati consensuali, altri fondati sulla disparità di potere, altri ancora soltanto inventati da informatori e avversari. La fonte giudiziaria registra un atto. La polizia registra un sospetto. Il pamphlet registra un’accusa. Nessuno dei tre, da solo, restituisce una persona intera.
Questo non impedisce di scrivere la storia. Impone soltanto di scriverla in modo diverso.
La presenza di soldati nei rapporti viennesi del 1820 è documentata. L’accusa contro il conte e l’ussaro è documentata come accusa, non come fatto. La pressione esercitata su Pedrinelli è documentata, mentre i rapporti che gli furono attribuiti restano incerti. Le testimonianze di Ulrichs devono essere separate dalla sua interpretazione; Teuber appartiene all’ambiente immediatamente successivo al 1866 e non può essere retrodatato.
Non è poco. Soprattutto perché restituisce all’esercito asburgico qualcosa che spesso la storia militare gli toglie: la complessità umana. Sotto l’uniforme continuavano a esistere desiderio, paura, ricerca di affetto, sfruttamento, denaro e reputazione. La disciplina poteva regolarli, nasconderli o punirli; non poteva cancellarli.
Il punto, in definitiva, non è stabilire quanti “omosessuali” vi fossero nell’esercito asburgico. È capire quali rapporti fra uomini diventavano visibili, con quali parole venivano descritti e perché alcuni restavano affari privati mentre altri mettevano in movimento polizia, tribunali e comandi.
Che ci piaccia o no, l’archivio conserva soprattutto lo scandlo. La vita quotidiana rimane fuori campo; ma proprio i pochi uomini che, per una denuncia o un rapporto di polizia, compaiono per un momento fra le carte ci ricordano che quel silenzio non era vuoto.

RIPRODUZIONE VIETATA
L. Danieli
Per informazioni: acrimperi@gmail.com
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Fonti e bibliografia essenziale
• Anonimo [attribuito ad Amand Berghofer], Verbotene Schriften, 2 voll., Straubing, 1805; seconda edizione 1809, in particolare II, capitolo Knabenschändung, pp. 63–72.
• Elisabetta Carlotta d’Orléans, lettera alla raugravia Luisa, Versailles, 17 agosto 1710, in Wilhelm Ludwig Holland (a cura di), Briefe der Herzogin Elisabeth Charlotte von Orléans aus den Jahren 1707 bis 1715, Stoccarda, 1871, lettera 486, p. 196.
• Voltaire, Mémoires pour servir à la vie de M. de Voltaire, écrits par lui-même, edizione Robinson, 1784, pp. 74–76.
• Guglielmina di Prussia, Mémoires de la margrave de Bayreuth, per i rapporti giovanili di Federico con Keith e Katte; fonte memorialistica da leggere alla luce della successiva redazione.
• Národní archiv, Praga, Policejní prezidium, sign. B 327, cart. 1, interrogatorio di Amand Berghofer, 3–4 marzo 1810.
• Österreichisches Staatsarchiv, Allgemeines Verwaltungsarchiv, Polizeihofstelle, cart. S, fasc. 5609: rapporto della Polizeioberdirektion al Polizeiministerium, Vienna, 21 luglio 1820; risposta ministeriale, 31 luglio 1820.
• Österreichisches Staatsarchiv, Allgemeines Verwaltungsarchiv, Polizeihofstelle, fasc. H 155: rapporto della Polizeibezirksdirektion Josephstadt, Vienna, 1º gennaio 1829.
• Národní archiv, Praga, fondi della polizia e del governo provinciale relativi a Gabriele Pedrinelli, 1823–1824; rapporto di Johann Lorensi, 14 febbraio 1824.
• Pavel Himl, “A Revolutionary’s ‘Stravaganza’: Police and Morality in the Habsburg Empire (1780–1830)”, Austrian History Yearbook, 54, 2023, pp. 117–135.
• Karl Heinrich Ulrichs, Forschungen über das Räthsel der mannmännlichen Liebe, 12 scritti, 1864–1879.
• Oscar Teuber, Im Cadeten-Institut. Lose Skizzen aus dem militärischen Jugendleben, Praga, 1881.
• Oscar Teuber, Tschau! Lose Skizzen aus der Militär-Akademie, Praga, 1881, pp. 8 e 139 (Schmalzel, protezione dell’allievo giovane e incontro nell’arresto).
• Österreichisches Biographisches Lexikon, voce “Teuber, Oskar Karl (1852–1901)”, vol. 14, 2014, p. 268.



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