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VON RAMMER - FIUME E L'INVENZIONE DEL SILURO



L’attuale cittadina croata di Rijeka, nota in Italia con il nome di Fiume, è una località che negli ultimi due secoli è stata oggetto di importanti dispute territoriali, e per questo motivo è uno dei luoghi più noti della storiografia occidentale contemporanea.

Pochi sanno che questa bellissima città dalla storia millenaria, durante la dominazione asburgica, era luogo di convivenza di tante culture, nonché sede di unici e innovativi apparati produttivi. Nel XIX secolo Fiume divenne il principale centro marittimo locale, e si sviluppò in maniera esponenziale grazie alla realizzazione del suo nuovo porto e cantiere navale, costruito a partire dal 1841. A pochi anni dall’apertura del porto, la città fu raggiunta dal suo primo collegamento ferroviario, che rappresentò un forte impulso per i traffici locali, e condusse anche all’istituzione dell’impianto industriale locale per la produzione di gas illuminante.

L’interessantissima storia di Fiume, poi coinvolta pienamente in entrambi i conflitti mondiali, nell’irredentismo italiano e croato, e in altri innumerevoli momenti importanti, proseguì pienamente nel Novecento e giunge vivacemente al giorno d’oggi.

La vicenda che è descritta qui di seguito, si connette però alla dovuta introduzione sulla città di Fiume nella seconda metà del XVIII secolo, durante periodo di sviluppo del cantiere navale cittadino. Tale vicenda vuole rievocare un’affascinante storia che a partire proprio dal porto e cantiere fiumano, si estese fino a coinvolgere tutto il pianeta, e che merita di essere ricordata.


Il fiumano Giovanni Biagio Luppis, capitano della fregata Bellona appartenente alla flotta militare austriaca, nel 1859 ebbe l’idea di creare un’innovativa arma marina con la quale difendere la costa dalmata da eventuali attacchi navali ostili. Sulla sua nave, quindi, progettò e sviluppò il primo modello di quest’arma, lunga un metro e concettualmente simile ad una mina navale.

La fregata austriaca Bellona 7 anni dopo il suo disarmo, avvenuto nel 1868 [1].

Nel 1861 il capitano Luppis andò in pensione, e così decise di dedicare il suo tempo libero alla realizzazione del suo progetto, finalizzandolo e costruendolo con i propri mezzi. Ne risultò un prototipo simile ad un’imbarcazione, lunga sei metri, con una carica esplosiva fissata a poppa, e una vela e corde con le quali il mezzo si poteva manovrare dalla costa [2]. In seguito, la propulsione di questo prototipo fu migliorata decisamente con l’aggiunta di un’elica, mentre al suo armamento fu incluso un meccanismo a orologeria per programmarne la detonazione.

Purtroppo, ciò non bastò per stupire la commissione navale dell’Imperial Regia Marina Austriaca che si istituì appositamente per valutare l’invenzione di Luppis, da egli allora denominata “salvacoste” (küstenretter). La commissione della marina austriaca aveva respinto il progetto presentato dal suo ex ufficiale, il quale però non si diede per vinto e continuò a lavorare sodo alla sua invenzione affinché potesse essere accettata e riconosciuta un valido strumento.

Il salvacoste [3].

La storia di questa vicenda sarebbe stata completamente diversa e probabilmente si sarebbe conclusa con un nulla di fatto, se non fosse accaduto che Luppis decise di rivolsi per un aiuto all’amico Giovanni de Ciotta. Anche la biografia di questo personaggio è particolarmente interessante, ma ai fini di questo racconto basta tenere conto che egli aveva prestato servizio nell’esercito asburgico come ufficiale del genio, e si era trasferito a Fiume per interessi lavorativi, commerciali e politici [4]. De Ciotta mise Luppis in contatto con l’ingegnere inglese Robert Whitehead, che al momento era l’azionista principale e il direttore dello “Stabilimento Tecnico Fiumano”, in cui si producevano motori, caldaie, prodotti metallici e si allestivano navi per la marina militare austriaca. L’industria era stata fondata nel 1854 con il nome di “Fonderia Metalli”, e al suo primo decennio di attività si trovava in una cattiva situazione finanziaria. Fu così che il giovane Whitehead, impegnato in un'altra industria e noto per aver progettato delle pompe per prosciugare gli acquitrini in Lombardia, fu chiamato a risollevare le sorti dell’attività industriale fiumana. L’ingegnere britannico riuscì nel compito a lui assegnato, e conosciuta l’idea di Giovanni Luppis accettò la proposta di aiutarlo, intenzionato ad applicare le proprie doti e conoscenze ingegneristiche. Whitehead, quindi, cominciò a lavorare sul progetto del salvacoste, rivoluzionandolo quasi completamente. L’arma fu trasformata per non muoversi più galleggiando in superficie, ma per muoversi immerso in acqua grazie ad un sistema propulsivo ad aria compressa [5]. La configurazione attuale presentava ormai le sembianze di un proiettile marino, che rispetto alla precedente versione, sarebbe stato più rapido e stabile nella sua traiettoria rettilinea, e soprattutto meno visibile. Con un peso superiore ai 130 chilogrammi, era così in grado di navigare a sei nodi per quasi duecento metri, e contendo una carica di circa 15 chilogrammi di esplosivo.


Mentre i due uomini si prodigavano nel sviluppare le loro idee, la guerra sconvolse nuovamente l’Impero asburgico. L’esito del conflitto avvenuto nel 1866 non fu favorevole al governo di Vienna, ma dal punto di vista bellico, l’unico successo fu colto in mare, grazie ai fatti della battaglia di Lissa. Proprio a seguito delle esperienze raccolte nel teatro adriatico, parrebbe che l’ammiraglio della flotta austriaca Tegetthof abbia telegrafato a Whitehead al fine di elogiarlo, perché ritenuto responsabile dell’eccellente capacità degli impianti propulsivi delle navi austriache [6].

Le innovazioni tecnologiche, soprattutto in ambito militare, si susseguivano rapide e premiavano chi sapeva coglierle e adattarle, rivolgendosi spesso a menti brillanti e al settore industriale. Il passato fu di lezione, e grazie anche a questi motivi l’Imperial Regia Marina Austriaca accettò di interessarsi nuovamente ai nuovi sistemi proposti. Fu così che Luppis e Whitehead riuscirono a far riunire nuovamente la commissione navale imperiale per mostrargli la nuova versione dell’arma, rinominata ora “minenschiff” (nave mina), il 21 dicembre 1866 nel golfo di Fiume. Pur notando delle carenze e l’inaffidabilità del prototipo a loro presentato, i membri della commissione tecnica valutarono positivamente i risultati ottenuti, e ciò portò il governo a stipulare un contratto per la produzione sperimentale dell’arma, firmato il 6 marzo del 1867.

La nave mina [7].

Il proiettile navale inventato da Luppis e Whitehead continuò ad essere migliorato, mentre dallo Stabilimento Tecnico Fiumano uscivano le prime versioni di quest’arma costruite rispettando il contratto siglato con le autorità di Vienna. Le navi mina cominciarono di conseguenza ad essere montate su appositi tubi di lancio realizzati per le cannoniere della marina austroungarica, che così divennero le prime navi al mondo classificabili come torpediniere.

Passarono alcuni anni fino a quando gli uomini al comando delle forze navali imperiali si convinsero del potenziale di questo nuovo strumento bellico, del quale si cominciò a immaginare il potenziale. Per la sua invenzione, Giovanni Luppis venne nominato nobile, col predicato di “Von Rammer” (speronatore), con un diploma consegnato a Vienna il primo agosto 1869 dall'imperatore Francesco Giuseppe.

All’inizio del nuovo decennio, Robert Whitehead, visto il continuo incremento d’interesse per ciò che prodotto gli anni precedenti, vide l’occasione per rimettere in gioco i propri capitali e risollevare le sorti dello Stabilimento Tecnico Fiumano, che nel 1873 aveva dichiarato bancarotta. L’ingegnere britannico decise di terminare la lavorazione degli equipaggiamenti navali, e di convertire il proprio stabilimento alla sola costruzione dell’arma con lui creata. Così l’industria venne rifondata come “Torpedo Fabrik von Robert Whitehead”, e la nave mina prese il nome ufficiale di “torpedo” (torpedine).

In quegli stessi giorni ad inizio 1875 morì Giovanni Luppis, e per Whitehead si concretizzò il monopolio globale sulle produzioni di torpedini, che dal ventesimo secolo in Italia sono divenute note comunemente con il nome di siluri.

La torpedine e Robert Whitehead (a destra), anni ’70 del XIX secolo [8].

Le vicende inerenti e derivate da questo importante episodio storiografico della seconda metà del XIX secolo sono innumerevoli, perché coinvolgono la storia del cantiere navale fiumano e tutti conflitti militari che hanno incluso combattimenti navali a partire dalla guerra russo-turca del 1877. Molto probabilmente i personaggi che sono legati alla vicenda qua descritta non si poterono rendere conto, quantomeno inizialmente, della rilevanza delle loro azioni. Ciò che fecero Luppis, Whitehead e tanti altri uomini a Fiume, ha avuto un eco tanto imponente da segnare le sorti di parecchi conflitti armati e di modificare gli assetti e le strategie militari fino a quel momento impiegate in mare. Così è stato anche segnato il destino dell’intero periodo contemporaneo, che giunge ad oggi indubbiamente legato a Fiume e ai suoi protagonisti.

Attualmente presso l’Heeresgeschichtliches Museum (museo di storia militare) di Vienna è visitabile l’unico modello superstite di un’antica torpedine Whitehead [9].
 

Bibliografia e Sitografia


Fonti primarie:

Riferimenti bibliografici:

  • Miljenko Smokvina, Collaudo dei siluri ed evoluzione della rampa di lancio a Fiume. Fiume, 2014;

  • Irvin Lukežić, Robert Whithehead – l’industriale inglese di siluri a Fiume. ICR, Fiume, 2010;

  • [2] Irvin Lukežić, Giovanni Luppis – Potapač in Riječki torpedo – prvi na svijetu, Museo civico di Fiume, 2010, pag. 24-25;

  • Marzo Magno A., Rapidi e invisibili. Storie di Sommergibili. Milano, 2009;

  • Gray, Edwin. The Devil's Device: Robert Whitehead and the History of the Torpedo, Annapolis: Naval Institute Press, 1991.

Riferimenti sitografici (al 12/22):

In copertina, la fotografia di un francobollo della Repubblica di Croazia dedicato a Giovanni Luppis, e realizzato in una serie speciale nel 2016 da Ariana Noršić, per il servizio postale croato. G.Preziosa

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