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IL COSTO DELLA VITA A META' OTTOCENTO

Salari e convenienza del servizio militare nel Quadrilatero a metà Ottocento


L’analisi che segue origina dalla curiosità derivante da un dato oggettivo: in molte regioni dell’Impero Austriaco il ricorso al volontariato, alla sostituzione e al prolungamento volontario della ferma resta significativo anche a metà Ottocento, nonostante una situazione internazionale nella quale la possibilità di finire effettivamente in guerra era tutt’altro che remota.

Il fenomeno ha naturalmente molte spiegazioni e sarebbe semplicistico ricondurlo alla sola convenienza economica. La tradizione militare di alcune regioni, le possibilità di carriera, la provenienza sociale, la disponibilità di lavoro civile e perfino l’abitudine familiare al servizio potevano pesare molto. Esiste però un aspetto sul quale la letteratura si sofferma relativamente poco, almeno rispetto ad altri temi: quanto valeva realmente la paga di un soldato una volta rapportata al costo della vita?


Non si tratta quindi semplicemente di stabilire quanti carantani prendesse un fante, dato che preso da solo dice abbastanza poco. Bisognerebbe sapere quanto costavano il pane, il granoturco, l’alloggio e il vestiario, quanto guadagnava un lavoratore civile e, soprattutto, quali di queste spese il militare fosse effettivamente chiamato a sostenere con la propria paga.

È stato un po’ come aprire il vaso di Pandora.


Grande eterogeneità tra le monete in circolazione nelle diverse regioni; differenze degli emolumenti tra ruoli e gradi; difficoltà nel riportare a misure moderne prezzi espressi in libbre, staia, brente e altre unità locali; compensi militari integrati da premi e indennità legati ai servizi svolti e, soprattutto, da approvvigionamenti in natura. A questo si aggiungono differenze tra pace e guerra, tra estate e inverno e, naturalmente, quelle determinate dalla regione e dall’andamento dei raccolti.

Ai fini della mera comprensione dell’entità della paga e della sua eventuale appetibilità è stata quindi necessaria una certa semplificazione.


L’analisi è stata limitata principalmente ai territori italiani della monarchia, tanto perché la documentazione risulta più facilmente confrontabile, quanto perché i dati relativi al Lombardo-Veneto consentono di ridurre almeno una parte delle differenze regionali. Cronologicamente il riferimento principale è costituito dagli anni Quaranta e Cinquanta dell’Ottocento, periodo nel quale diventano relativamente frequenti le rilevazioni dei prezzi e i tentativi amministrativi di uniformare monete e unità di misura.


Quando verranno utilizzati dati di Venezia o Milano lo si farà come confronto e non perché un prezzo registrato a Venezia debba ritenersi automaticamente valido anche a Verona o Mantova.

Allo stesso modo, gli equivalenti in euro inseriti nel testo servono soltanto a dare un ordine di grandezza.



Prima questione: quanto valeva una lira austriaca?


Nel Lombardo-Veneto la lira austriaca era divisa in 100 centesimi e valeva 20 carantani; un carantano corrispondeva quindi a cinque centesimi. Il fiorino di convenzione valeva 60 carantani, cioè tre lire austriache. Lo schema, almeno per il periodo precedente alla riforma monetaria del 1858, è abbastanza semplice:

Moneta

Equivalenza

1 centesimo

1/100 di lira

1 carantano

5 centesimi

1 lira austriaca

20 carantani

1 fiorino di convenzione

3 lire

1 scudo di convenzione

6 lire

Il problema sorge quando si prova a trasformare queste cifre in euro. Non esiste una conversione scientificamente corretta, perché il risultato cambia completamente in base al bene scelto come termine di confronto. Una lira rapportata al prezzo del pane fornisce un risultato, rapportata alla giornata di lavoro di un operaio ne fornisce uno molto diverso e rapportata al contenuto metallico della moneta un altro ancora.


Per rendere almeno intuibili gli importi abbiamo quindi utilizzato un indice estremamente semplice: la quantità di pane acquistabile. A Venezia una libbra di pane di semola costava circa 15 centesimi nel 1851. Assumendo, ai soli fini del calcolo, una libbra prossima ai 477 grammi, una lira permetteva quindi di acquistare circa 3,18 kg di pane.


Considerando nel 2026 un prezzo medio indicativo nell’ordine dei 4 euro al chilogrammo, quella quantità di pane costerebbe oggi circa 12,80 euro. Possiamo quindi utilizzare, con tutte le cautele del caso:

1 lira austriaca ≈ 12-13 euro attuali di potere d’acquisto alimentare ordinario.


Non significa che la lira “valesse” tredici euro. Significa soltanto che, rispetto al pane, permetteva un acquisto che oggi richiederebbe approssimativamente quella cifra.


La tabella diventa comunque utile per orientarsi:

Moneta dell’epoca

Potere d’acquisto indicativo rispetto al pane

1 centesimo

circa €0,13

1 carantano

circa €0,64

5 carantani

circa €3,20

10 carantani

circa €6,40

1 lira

circa €12,80

1 fiorino

circa €38

1 scudo

circa €77

10 lire

circa €128

Il dato interessante non è però l’equivalenza in sé, quanto il fatto che questa potesse cambiare violentemente nel giro di pochi anni.


Il salario civile


Per capire se la paga militare fosse interessante dobbiamo prima stabilire che cosa significasse vivere da civili.


Paul Ginsborg, utilizzando anche gli studi di Marino Berengo sull’agricoltura veneta, riporta per gli anni precedenti al 1848 valori indicativi di 100-150 lire austriache annue in cibo, vestiario e altre prestazioni in natura per un lavoratore rurale, mentre per un boaro si potevano raggiungere 200-240 lire.

Utilizzando il nostro confronto alimentare avremmo rispettivamente circa 1.300-1.900 euro e 2.600-3.100 euro moderni. Il confronto deve essere preso per ciò che è: non uno stipendio moderno equivalente, ma il valore approssimativo dei beni che quelle somme potevano acquistare.

Lo stesso Ginsborg riporta alcuni salari urbani veneziani precedenti al 1848:

Occupazione

Paga giornaliera

Equivalente alimentare indicativo

Spazzino

0,75 lire

circa €9,60

Operaio della seta

1,50 lire

circa €19

Operaia della seta

0,60 lire

circa €7,70

Anche in questo caso sarebbe sbagliato concludere che un operaio guadagnasse “19 euro al giorno” nel significato che attribuiamo oggi a quella cifra. Il rapporto con una moderna giornata lavorativa produrrebbe un’equivalenza molto maggiore.


Ci interessa piuttosto un altro particolare: la paga giornaliera esisteva solamente quando esisteva la giornata lavorativa.



Per un giornaliero agricolo il reddito annuale era quindi determinato non soltanto dalla mercede, ma dal numero di giornate nelle quali qualcuno era disposto ad assumerlo.

La distinzione diventa importante osservando quanto accade nel Mantovano.


Il caso mantovano


Eugenio Camerlenghi documenta con una certa precisione gli effetti della crisi dei primi anni Cinquanta. Nel 1853 i raccolti risultano fortemente ridotti, l’oidio colpisce la vite e pochi anni dopo la pebrina investe la bachicoltura, con conseguenze immediate anche sulle filande.


In un’azienda del grande patrimonio Cavriani, nel 1851, alla diminuzione dei redditi si rispose rinviando i lavori meno necessari e riducendo la manodopera a giornata praticamente a zero. Il dato proviene dall’Archivio di Stato di Mantova, Fondo Cavriani, busta 530.


Per il lavoratore coinvolto non significava prendere una paga leggermente più bassa. Significava non prendere la paga.


Ancora più significativo è il dato ripreso da Camerlenghi dagli studi di Aldo De Maddalena, secondo il quale le mercedi dei giornalieri mantovani sarebbero rimaste sostanzialmente ferme tra il 1817 e il 1858.

Per circa quarant’anni lo stipendio nominale cambia quindi relativamente poco, mentre il prezzo dei beni può variare parecchio. Ed è proprio sui beni alimentari che la questione diventa particolarmente evidente.


Quanto costava mangiare


Una ricostruzione del bilancio di una famiglia milanese di cinque persone nel 1847 attribuisce all’alimentazione circa il 63% della spesa complessiva.

Il vestiario assorbiva circa il 12%, l’abitazione poco più del 9% e riscaldamento e illuminazione quasi il 6%. Oggi, per confronto, la quota media della spesa familiare italiana destinata ad alimentari e bevande analcoliche è inferiore al 20%. Non significa naturalmente che nel 1847 si mangiasse tre volte tanto.

Significa che il reddito disponibile era talmente basso che la semplice necessità di alimentarsi assorbiva quasi due terzi del bilancio.



In una situazione simile il prezzo del granoturco poteva avere un’importanza maggiore di quella che oggi attribuiamo al costo della benzina, dell’energia o di un mutuo.


Verona: oscillazioni tutt’altro che marginali

La Relazione sulla storia dell’economia agraria nel Veronese fornisce una lunga serie dei prezzi dei cereali.


Negli anni immediatamente precedenti al 1848 troviamo, per esempio:

Anno

Frumento, lire/hl

Valore moderno indicativo*

Granoturco, lire/hl

Valore moderno indicativo*

1840

19,10

circa €245

18,07

circa €231

1841

14,93

circa €191

10,20

circa €131

1842

17,25

circa €221

11,70

circa €150

1843

17,23

circa €221

15,39

circa €197

*Applicando, unicamente come riferimento, l’indice di circa €12,80 per lira.


La variazione del granoturco tra 1840 e 1841 è nell’ordine del 44% in un solo anno. Il dato non dimostra di per sé un miglioramento o un peggioramento generale della condizione dei lavoratori, ma mostra quanto potesse cambiare rapidamente la capacità di spesa di chi riceveva una paga relativamente stabile.

Il granoturco, peraltro, non era un prodotto secondario. La polenta costituiva uno dei fondamenti dell’alimentazione popolare e rurale dell’Italia settentrionale orientale; la grande disponibilità di calorie a basso prezzo ne spiegava il successo, mentre una dieta eccessivamente dipendente dal mais avrebbe avuto conseguenze note con la diffusione della pellagra.


La questione diventa particolarmente interessante perché Verona non era una normale città di provincia. Nei primi decenni della dominazione austriaca il territorio non produceva cereali sufficienti a soddisfare l’intero fabbisogno locale: secondo le ricostruzioni disponibili la cerealicoltura copriva circa il 40% delle necessità, mentre per il mais si arrivava indicativamente al 60-70%.


Contemporaneamente la città ospitava una presenza militare stabile nell’ordine delle migliaia di uomini, con valori attorno agli 8.000 soldati già nei primi decenni della dominazione.


Ottomila soldati significavano ottomila razioni, ma anche cavalli, legna, paglia, stoffa, cuoio, trasporti, manutenzioni e lavori di fortificazione.


La presenza militare aveva quindi un effetto doppio: produceva domanda, ma produceva anche lavoro.

Un carrettiere poteva guadagnare trasportando materiali per il Genio; un muratore trovare occupazione nei cantieri fortificatori; un fornaio vendere all’amministrazione. Contemporaneamente, però, quella stessa enorme struttura doveva essere alimentata e rifornita.

Il Quadrilatero era anche questo: un mercato civile continuamente attraversato da una gigantesca economia militare.



Poi arriva il 1854


Il mercato di Legnago permette di vedere cosa accade quando il sistema alimentare entra in crisi.

Nel marzo 1854 il frumento raggiunge 42 lire austriache al quintale, contro valori medi inferiori alle 20 lire nel triennio 1850-1852. Applicando il nostro semplice riferimento alimentare ordinario, 42 lire rappresenterebbero oltre 530 euro di potere d’acquisto moderno.

Il dato va preso con prudenza, perché proprio durante una crisi alimentare il valore relativo della moneta rispetto al pane cambia completamente, ma rende comunque intuitiva l’entità della somma.

Ancora più significativo il granoturco.

Da valori medi prossimi alle 15 lire al quintale, cioè circa 190 euro nel nostro equivalente, si arriva a 40 lire, oltre 500 euro utilizzando lo stesso parametro. L’aumento è vicino al 167%.

Quello che costava 100 ne costa quasi 270. Per una popolazione che basava una parte significativa della propria alimentazione sulla polenta non era una piccola oscillazione del mercato.

Era un problema di sopravvivenza.

A Venezia, utilizzata qui perché disponiamo di una rilevazione al dettaglio particolarmente precisa, una libbra di pane di semola costava 15 centesimi nel 1851. La stessa quantità costerebbe oggi approssimativamente 1,90 euro. Nel dicembre 1854 il prezzo era salito a 33 centesimi.

Materialmente il pane era sempre lo stesso: circa mezzo chilogrammo, quindi ancora circa due euro di prodotto ai prezzi moderni.

Il problema era che per acquistarlo serviva più del doppio della moneta.

Nel 1851 con una lira si acquistavano circa 3,18 kg di pane. Nel 1854 circa 1,45 kg.

La stessa lira aveva perso in tre anni circa il 55% della propria capacità di acquistare pane. Se usassimo il pane del 1854 come indice, una lira non corrisponderebbe più ai circa 12,80 euro alimentari calcolati per il 1851, ma a poco meno di 6 euro.


Questa differenza è forse più importante di qualsiasi tentativo di stabilire quanto “valesse” una lira in senso assoluto.


Alcune fonti permettono di vedere il problema da un’altra prospettiva.

Un certificato di nascita, battesimo o matrimonio redatto sulla carta richiesta poteva comportare una spesa nell’ordine dei 75 centesimi, circa 9-10 euro secondo il nostro indice alimentare.

Un certificato relativo agli obblighi militari poteva arrivare a 1,50 lire, circa 19 euro.


Quest’ultima cifra coincide grossomodo con la paga giornaliera precedentemente indicata per un operaio maschio della seta. Quello che oggi considereremmo un costo burocratico modesto poteva quindi assorbire l’equivalente di una giornata lavorativa.


Finalmente: il soldato

Arriviamo quindi al punto che originava l’intera ricerca. Quanto veniva pagato? La prima difficoltà è che la domanda stessa è formulata male.


L’amministrazione militare austriaca distingueva infatti sistematicamente tra denaro, prestazioni in natura e servizi. Il manuale di Wenzel Pokorny del 1844 si intitola significativamente Die Gebühren des Kaiserl. Königl. Oesterreichischen Heeres an Geld, Naturalien und Service.

Non quanto prende il soldato, quindi, ma quanto gli spetta in denaro, natura e servizi. La distinzione compare ancora nei manuali amministrativi degli anni Cinquanta.

Questo perché la paga monetaria rappresentava soltanto una parte del costo del militare. Un soldato doveva mangiare, dormire, vestirsi e ricevere il pane indipendentemente da quanto denaro gli venisse consegnato materialmente.



Un prospetto particolarmente utile, sebbene relativo a un caso specifico e quindi da non generalizzare, riguarda un distaccamento del Genio impiegato a Vienna nella demolizione delle mura nel 1858.

La documentazione, studiata da Bernd Fahrngruber sulla base degli atti dell’Österreichisches Staatsarchiv, permette di separare le varie componenti del mantenimento.

Per una giornata senza lavoro straordinario risulta:

Voce

Soldato 1ª classe

Soldato 2ª classe

Paga ordinaria

10 kr.

6 kr.

Vitto

14 kr.

14 kr.

Pane

6 kr.

6 kr.

Vestiario

6 kr.

6 kr.

Quartiere

2,5 kr.

2,5 kr.

Altra competenza

0,5 kr.

0,5 kr.

Totale contabilizzato

39 kr.

35 kr.

Qui bisogna prestare attenzione anche alla moneta. Nel 1858 entra in vigore la nuova valuta austriaca decimalizzata, quindi questi kreuzer non sono direttamente i vecchi carantani utilizzati nelle tabelle precedenti. Riportandoli con molta approssimazione al nostro indice alimentare, un nuovo kreuzer corrisponde a circa 0,37 euro di potere d’acquisto alimentare.


Il risultato orientativo sarebbe quindi:

Voce

1ª classe

Equiv. moderno

2ª classe

Equiv. moderno

Paga

10 kr.

circa €3,70

6 kr.

circa €2,20

Vitto

14

circa €5,10

14

circa €5,10

Pane

6

circa €2,20

6

circa €2,20

Vestiario

6

circa €2,20

6

circa €2,20

Quartiere

2,5

circa €0,90

2,5

circa €0,90

Totale

39

circa €14,30

35

circa €12,80

Questi 14 o 13 euro non costituiscono naturalmente lo “stipendio” del soldato nel senso moderno.

Il soldato di seconda classe riceve materialmente sei kreuzer di paga ordinaria. Il resto è il valore attribuito dall’amministrazione a ciò che gli viene fornito. Ed è precisamente ciò che ci serviva capire.


Nel caso del soldato di seconda classe la paga monetaria costituisce circa il 17% del valore complessivo contabilizzato. Il restante 83% è altro: pane; cibo; aquartieramento; vestiario.

Il confronto con il salario civile cambia parecchio.



Se confrontassimo solamente le cifre monetarie avremmo un risultato apparentemente ovvio. Un operaio civile può guadagnare una lira o una lira e mezza. Un soldato riceve pochi carantani o kreuzer. Il civile guadagna quindi molto di più. Il problema è che il civile, con quella lira, deve vivere.

Il militare deve spendere i propri pochi soldi per ciò che non gli viene già fornito. È una differenza sostanziale. Per capire il salario reale dovremmo teoricamente prendere il guadagno civile e sottrarre vitto, pane, alloggio e vestiario. Soltanto quello che rimane potrebbe essere confrontato correttamente con il denaro disponibile del militare.


Non abbiamo dati abbastanza omogenei da eseguire questo calcolo con la precisione che sarebbe necessaria, ma la struttura del problema è abbastanza evidente.


E soprattutto il soldato mangia anche domani


Qui il rapporto con il costo della vita diventa ancora più importante. Il giornaliero mantovano può perdere le giornate lavorative. Il prezzo del mais può passare da 15 a 40 lire. Il pane può costare più del doppio. Il salario può rimanere praticamente fermo. Il soldato non è immune dalla crisi: l’amministrazione deve acquistare gli stessi cereali, affrontare gli stessi rincari e trovare il modo di approvvigionare le truppe. Ma il problema non ricade direttamente sulla singola paga.



Se una razione di pane è prevista, spetta all’amministrazione procurarla. Il rischio economico viene almeno in parte trasferito dall’individuo allo Stato. La paga del soldato può quindi rimanere identica e diventare, relativamente, più interessante quando peggiorano le condizioni del lavoro civile.

Non perché il militare diventi ricco. Perché il civile diventa più povero.


A Verona, Mantova, Peschiera e Legnago la presenza dell’esercito non era episodica. Era parte della struttura del territorio. Verona, soprattutto dopo il 1848, poteva arrivare a ospitare contingenti militari enormi rispetto alla popolazione civile, nell’ordine delle decine di migliaia di uomini. Il sistema logistico necessario a mantenerli dà forse un’idea migliore dei numeri.


La Provianda di Santa Marta, realizzata negli ultimi anni della dominazione austriaca, disponeva di dodici forni in grado di produrre circa 52.000 razioni di pane al giorno da 750 grammi, oltre alle gallette.

Sono circa 39 tonnellate di pane al giorno. Se volessimo attribuire a quella sola quantità un valore moderno, con circa 4 euro al chilogrammo parleremmo di oltre 150.000 euro di pane al giorno, usando naturalmente prezzi al dettaglio attuali e quindi soltanto come visualizzazione della scala logistica.

Il dato storico importante è però un altro: cinquantaduemila razioni significano cinquantaduemila uomini che, almeno sotto quel profilo, non dovevano presentarsi la mattina dal panettiere e chiedersi se il prezzo fosse aumentato. La macchina militare aveva già comprato, macinato, impastato e cotto per loro.


Era quindi conveniente fare il soldato?

Dipende innanzitutto da chi lo chiedeva. Per il figlio di una famiglia proprietaria, per un professionista, per un artigiano con una buona attività o per chi aveva prospettive concrete di carriera civile, una ferma di molti anni poteva rappresentare una perdita economica enorme. Non stupisce che chi disponeva dei mezzi cercasse, quando possibile, un sostituto.

Per un giornaliero senza terra il calcolo poteva essere diverso. L’alternativa civile offriva maggiore libertà e, nelle giornate buone, anche un guadagno monetario migliore. Non offriva però necessariamente continuità.

Un raccolto negativo poteva ridurre l’occupazione. Una crisi agricola poteva farla scomparire. Un aumento dei prezzi poteva dimezzare il potere d’acquisto senza che il salario aumentasse. Il militare sacrificava invece libertà, anni della propria vita e si esponeva a una disciplina severa e a un rischio bellico reale, ottenendo in cambio una piccola disponibilità monetaria e una sussistenza relativamente prevedibile.

Non sembra uno scambio particolarmente allettante osservato dal 2026. Osservato dal 1854 può essere diverso. Nel 1851 una lira compra circa 3,18 chilogrammi di pane. Nel 1854 ne compra circa 1,45.

Oggi parleremmo rispettivamente di circa 13 euro e 6 euro di capacità d’acquisto alimentare.



Il civile che vive del proprio salario subisce interamente questa perdita. Il militare al quale viene fornita la razione no, o quantomeno non direttamente. Questo non dimostra naturalmente che il volontariato dipendesse dalla paga, né che il servizio militare fosse considerato universalmente conveniente.


Dimostra però che limitarsi a leggere la riga relativa alla paga giornaliera porta probabilmente a sottovalutarne parecchio il valore reale.


In conclusione


Il soldato semplice dell’esercito austriaco non era ben pagato, almeno se con questa espressione intendiamo una grande disponibilità di denaro.

Il punto è che la disponibilità di denaro costituiva solo una parte della sua retribuzione.


Pane, vitto, vestiario, quartiere e differenti prestazioni avevano un valore economico concreto, tanto concreto che l’amministrazione militare li contabilizzava separatamente. Il civile poteva guadagnare più denaro e avere comunque meno sicurezza. Il militare poteva guadagnarne molto meno e avere già coperta una parte considerevole delle spese fondamentali.

La convenienza dell’arruolamento dipendeva quindi fortemente dalla condizione di partenza.


Per chi aveva una professione, proprietà o buone prospettive, il servizio poteva essere economicamente disastroso. Per un giovane senza terra, dipendente dal lavoro stagionale e appartenente a una famiglia che destinava la maggior parte del reddito all’alimentazione, avere assicurati letto, vestito e pane poteva avere un valore molto maggiore di quanto suggeriscano pochi carantani riportati su un tariffario. Soprattutto negli anni di crisi.



Nel 1854 il granoturco arriva sul mercato di Legnago a circa 40 lire al quintale, contro valori nell’ordine delle 15 lire di pochi anni prima. Il prezzo è quasi triplicato mentre sappiamo che, almeno in alcune aree del Mantovano, le mercedi dei giornalieri erano rimaste sostanzialmente ferme per decenni.

È probabilmente questo il dato da tenere presente. Un uomo dell’epoca non doveva decidere se la paga militare fosse buona secondo i nostri parametri. Doveva confrontarla con ciò che poteva realmente ottenere fuori dalla caserma. E in alcuni momenti, per alcune categorie sociali, qualche carantano in tasca, poco o nulla da spendere per l’alloggio e la certezza di trovare una razione di pane il giorno successivo erano probabilmente un’offerta molto più concreta di quanto possa apparire oggi.



Principali riferimenti

Per la struttura del reclutamento e il peso dei territori italiani nell’esercito asburgico: Marco Rovinello, The Draft and Draftees in Italy, 1861-1914, in Fighting for a Living.


Per salari, condizioni rurali e compensi in natura nel Veneto: Paul Ginsborg, Peasants and Revolutionaries in Venice and the Veneto, 1848, e Marino Berengo, L’Agricoltura Veneta dalla Caduta della Repubblica all’Unità.


Per prezzi e produzione agricola veronese: Filippo Corato, Relazione sulla storia dell’economia agraria nel Veronese.


Per il Mantovano: Eugenio Camerlenghi, Aspetti economici e sociali del Mantovano nel passaggio all’Unità, con i dati dell’Archivio di Stato di Mantova e i riferimenti agli studi di Aldo De Maddalena.


Per la crisi alimentare del 1854, i prezzi di Legnago e quelli del pane veneziano: le serie utilizzate da Renzo Derosas e gli studi di Bruno Caizzi sulla crisi economica del Lombardo-Veneto.


Per l’amministrazione delle competenze militari: Wenzel Pokorny, Die Gebühren des Kaiserl. Königl. Oesterreichischen Heeres an Geld, Naturalien und Service, 1844; i manuali sulle Geld-, Naturalien- und Service-Gebühren degli anni Cinquanta; Adolf Novak, Das Öconomie-System und die Gebühren der kaiserlichen königlichen österreichischen Armee.


Per il prospetto relativo alle truppe del Genio del 1858: Bernd Fahrngruber, sulla base della documentazione dell’Österreichisches Staatsarchiv.


Per il sistema logistico e fortificatorio veronese: gli studi di Maria Luisa Ferrari e la documentazione relativa alla Provianda di Santa Marta.

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