TRACCE DEL RISORGIMENTO | I FORTI AUSTRIACI DI PONTI SUL MINCIO
- L. Danieli

- 25 ago
- Tempo di lettura: 18 min
Aggiornamento: 6 giorni fa
ATTI DELLA CONFERENZA DEL 12/11/2022
Un caso davvero insolito quello di Ponti sul Mincio: un piccolo comune che si trova oggi ad avere sul suo territorio due casi di fortificazione asburgica esemplare. Nel corso della serata, alternando l'analisi storica con letture di memorie di abitanti del paese (inedite), il relatore in sinergia con Annapaola Casagrande, ricercatrice locale, ripercorrono la storia di Ponti sul Mincio con sguardo fresco e inedito. La serata è stata offerta dall'Associazione Culturale il Castello, in sinergia con l'Associazione Cultura e Rievocazione Imperi.

UNTER DEM DOPPELADLER
L’incontro nasce dall’esigenza di affrontare il Risorgimento e, più in generale, la presenza asburgica nel territorio dell’Alto Mincio evitando due letture opposte e ugualmente riduttive. Da un lato vi è la narrazione patriottica più tradizionale, costruita sul contrasto tra lo spirito nazionale italiano e l’Austria considerata semplicemente come potenza oppressiva; dall’altro vi è una lettura revisionista che tende a negare la dimensione popolare del Risorgimento e a trasformare il dominio austriaco in un’età idealizzata. L’obiettivo è invece quello di ricostruire i fatti attraverso le fonti, cercando di restituire il contesto, le contraddizioni e la complessità di un territorio di frontiera.
Per ACRIMPERI il contatto con le fonti è anche il fondamento della ricostruzione storica e della rievocazione. Ricostruire un’uniforme non significa soltanto riprodurne l’aspetto, ma comprendere materiali, proporzioni, regolamenti e condizioni d’uso; allo stesso modo, ricostruire la vita di un soldato significa domandarsi come trascorresse le giornate, quali compiti svolgesse, cosa mangiasse, dove dormisse e quale rapporto avesse con la popolazione civile. La storia militare, in questa prospettiva, non è separata dalla storia sociale del territorio.
Il titolo del ciclo richiama l’aquila bicipite, simbolo araldico antichissimo e immagine particolarmente efficace della monarchia asburgica: uno sguardo rivolto a occidente e uno a oriente. L’Impero riuniva territori, culture, religioni, lingue ed etnie molto diverse, dall’Italia al mondo tedesco e dalle regioni danubiane ai Balcani. Comprendere come una struttura tanto composita sia riuscita a mantenersi per secoli significa interrogarsi sui suoi strumenti di coesione. Uno di questi fu certamente l’esercito, ma il tema rimanda anche all’amministrazione, alla fiscalità, alle infrastrutture e alla capacità di organizzare territori molto differenti sotto una medesima autorità.

PONTI NAPOLEONICA
La ricerca su Ponti sul Mincio presenta una difficoltà elementare ma significativa: il toponimo «Ponti» è estremamente generico. Negli archivi e nelle biblioteche il nome compare spesso con la minuscola o viene confuso con altri luoghi; anche associandolo al Mincio emergono continuamente riferimenti a Goito, Pozzolo, Monzambano e Peschiera. Per ricostruire la storia locale è quindi necessario cercare Ponti anche nell’orbita documentaria della fortezza di Peschiera.
Una delle immagini rinvenute nello Staatsarchiv di Vienna, pur recando un riferimento a Peschiera e al Garda, sembra raffigurare in realtà Ponti nei primi decenni dell’Ottocento. La cura del dettaglio lascia supporre un osservatore presente sul posto. È una testimonianza utile per introdurre il passaggio tra l’ultima età veneziana, la parentesi napoleonica e la restaurazione asburgica.
Nel 1796 la prima campagna d’Italia investì direttamente l’area. Dopo le sconfitte austriache, il generale Beaulieu ripiegò verso la linea del Mincio e stabilì il proprio quartier generale a Peschiera, mentre reparti vennero distribuiti nei villaggi circostanti. A Ponti sono attestati soldati austriaci acquartierati entro le mura del castello grazie all’interessamento della famiglia Sacco, proprietaria di un edificio adiacente alla cinta. Il 28 maggio, dopo lo scontro di Borghetto, Beaulieu si ritirò verso il Trentino. Nel successivo contesto della battaglia di Castiglione, culminata il 5 agosto, si verificarono movimenti e scaramucce tra Ponti e Monzambano, mentre truppe di Wurmser risultano acquartierate tra Ponti e Pozzolengo.
Con il procedere della campagna le insegne veneziane lasciarono spazio ai simboli della nuova stagione rivoluzionaria. Il trattato di Campoformio del 17 ottobre 1797 sancì il nuovo assetto politico: Ponti entrò nell’orbita della Repubblica Cisalpina e poi della Repubblica Italiana, sino alla costituzione del Regno d’Italia nel 1805. In quell’anno Ponti contava circa 845 abitanti ed era classificato come comune di terza classe. Nel 1809, nell’ambito della politica di concentrazione comunale, fu aggregato a Peschiera, sempre nel sistema amministrativo facente capo a Castiglione delle Stiviere.
Durante l’assenza di Napoleone, impegnato nella spedizione d’Egitto, gli eserciti austro-russi rovesciarono temporaneamente l’ordine costruito dai francesi. Anche questa fase lasciò tracce nel territorio. Una testimonianza francescana descrive soldati francesi impegnati a requisire farina, vino e denaro e a prelevare beni anche dalla casa canonica. La seconda campagna d’Italia ristabilì poi il predominio francese.
La vicenda napoleonica nell’Alto Mincio si chiuse sostanzialmente nel febbraio 1814. Eugenio de Beauharnais, viceré del Regno d’Italia, affrontò le forze austriache comandate da Heinrich von Bellegarde nella battaglia del Mincio. Gli scontri principali si concentrarono verso Roverbella, ma tra il 5 e il 7 febbraio si verificarono passaggi di truppe anche a Ponti. Beauharnais ripiegò verso Peschiera nella notte dell’8 febbraio. Il passaggio da un viceré all’altro – da Beauharnais a Bellegarde, destinato a divenire il primo viceré del Lombardo-Veneto – rende bene il carattere di cesura e al tempo stesso di continuità amministrativa di quella fase.
Nel corso della conferenza è stato utilizzato un dattiloscritto inedito attribuito a Tito Pinchetti, discendente della famiglia, conservato in copia presso il Comune. Il testo nasce dal tentativo di ricostruire la storia familiare attraverso registri parrocchiali, documenti, memorie orali e ricordi. Lo stesso autore dichiara di aver lavorato con molti condizionali e con «un pizzico di logica e immaginazione». Per questa ragione il diario non può essere assunto come fonte esatta per ogni dettaglio, ma è prezioso come testimonianza della memoria locale e del modo in cui una famiglia ha cercato di collocare la propria vicenda nella storia generale.
Lettura dal diario di Tito Pinchetti:
«Ritorniamo al giovane Giacomo, da cui discende il nostro ramo familiare e di cui posso disporre di notizie più precise. Doveva essere un giovane serio e volenteroso se, verso il 1810, lasciata la natia Blessagno e la sua valle, si reca a Milano, dove studia ingegneria, ospite di parenti in una casa della vecchia Milano, alla Bovisa. Sono anni di forti fermenti politici, di rivoluzioni storiche, ma soprattutto di evoluzioni di pensiero che cambiano il modo di essere.»
Il riferimento a Milano introduce un ulteriore elemento. Nelle ricerche compare infatti un altro Giacomo Pinchetti, noto per aver pubblicato con l’autorizzazione delle autorità francesi una dettagliata mappa della città di Milano. Le date non consentono di identificarlo con il protagonista del diario, ma è plausibile che appartenesse alla rete familiare presso cui il giovane Giacomo avrebbe soggiornato. Il rapporto rimane un’ipotesi e va mantenuto come tale.

DAL VENETO ALLA LOMBARDIA
Il ritorno degli Asburgo non comportò la cancellazione completa delle strutture napoleoniche. Nel nuovo Regno Lombardo-Veneto molte istituzioni furono mantenute e riorganizzate secondo il modello burocratico austriaco. Ponti venne classificato comune di terza classe nella provincia di Mantova e inserito nel IV distretto di Volta insieme a Goito, Monzambano, Pozzolo e Peschiera. Il commissario distrettuale svolgeva funzioni paragonabili a quelle di un viceprefetto, con competenze amministrative e soprattutto di pubblica sicurezza. La rappresentanza comunale era affidata a una deputazione e ai maggiori possidenti, in un sistema certamente non democratico ma coerente con la struttura censitaria dell’epoca.
Il sistema di sicurezza mostra bene la complessità della transizione. Le autorità asburgiche conservarono, quando possibile, forze di polizia già esistenti, epurandole e inserendole in una nuova sovrastruttura di controllo. In Lombardia sopravvisse la gendarmeria di derivazione italica; nel Veneto fu ripristinato il Satellizio di tradizione veneziana. Accanto a queste forze operarono guardie boschive, guardie campestri e corpi di finanza.
La gendarmeria fu riformata nel 1817 e assunse una natura insieme civile e militare. Doveva svolgere servizio di polizia nelle province lombarde e poteva essere impiegata anche a supporto dell’esercito. I gendarmi erano selezionati tra le migliori reclute, con trattamento analogo a quello di un caporale di fanteria. L’uniforme era verde scuro con mostre rosa; la paga minima indicata nelle fonti è di 25 carantani al giorno.
Particolarmente interessanti erano le guardie campestri o rurali, al servizio del comune o di singoli proprietari. Patentate dall’autorità, sorvegliavano i campi, i raccolti e le operazioni agricole. Potevano essere armate di fucile o carabina e sciabola corta e portavano un segno di riconoscimento con la dicitura «guardia campestre», il nome e l’indicazione del comune o del proprietario da cui dipendevano. Furono abolite nel 1825 nell’ambito della successiva riorganizzazione del sistema.
Un reperto conservato al Museo di Solferino e riferibile a una guardia di Ponti costituisce una testimonianza concreta di questi passaggi istituzionali. Per la ricostruzione storica oggetti di questo tipo sono fondamentali: consentono di confrontare i regolamenti con la produzione reale e di verificare quanto i modelli prescritti a Vienna venissero effettivamente rispettati nelle province. La distanza dal centro dell’Impero poteva tradursi in adattamenti, semplificazioni e libertà produttive che il reperto permette di riconoscere.
L’Archivio storico di Volta conserva inoltre una parte consistente della documentazione relativa al distretto. Mandati di cattura, descrizioni di sospetti, pratiche amministrative e corrispondenza mostrano la quotidianità di un controllo territoriale che non era fatto soltanto di soldati e fortificazioni, ma di funzionari, procedure, dazi, approvvigionamenti e rapporti continui tra comunità civili e struttura militare.

MAPPE
Uno dei risultati più duraturi dell’amministrazione asburgica fu la mappatura sistematica del territorio. Il cosiddetto Catasto geometrico particellare «Franceschino» prese forma con la patente imperiale del 23 dicembre 1817, con cui Francesco I dispose la realizzazione di una mappa per ogni comune, capace di rappresentare posizione, forma, dimensioni, confini, colture e proprietà delle singole particelle.
Il metodo geodetico procedeva «von grossen in klein», dal grande al piccolo: si costruivano prima triangolazioni su vasta scala e si scendeva progressivamente alle misure di dettaglio. Le esperienze settecentesche del catasto teresiano costituirono una scuola importante. Ancora oggi la precisione di quelle mappe è sorprendente e consente di leggere con grande affidabilità l’assetto storico dei centri abitati e delle campagne.
La cartografia permette soprattutto di comprendere perché Peschiera e Ponti assumessero una tale importanza militare. Il Mincio dell’Ottocento non coincideva perfettamente con quello odierno: erano presenti zone umide, paludi, isolotti e aree soggette a condizioni malsane, come mostrano anche le prescrizioni antimalariche. I punti di attraversamento erano relativamente pochi e diventavano quindi nodi strategici. Salionze, Ponti, Monzambano, Borghetto e gli altri passaggi del fiume acquistavano valore proprio perché consentivano o impedivano il movimento di eserciti.
Peschiera si trovava nel punto in cui il Garda diventa Mincio, ma era anche vulnerabile perché posta in una depressione circondata dalle colline moreniche. Le alture del Salvi e della Mandella consentivano di collocare artiglierie in posizione dominante e di battere l’interno della piazzaforte. Napoleone, artigliere di formazione, aveva già intuito il problema e avviato una prima fortificazione delle alture, ma i progetti più ambiziosi – compresa l’idea di un’opera nel lago a difesa degli accessi – non furono realizzati per mancanza di risorse.

DER FESTUNGSVIERECK
Il problema finanziario accompagnò costantemente la politica fortificatoria dell’Impero. Il principale sostenitore di un sistema difensivo organico nell’Italia settentrionale fu il feldmaresciallo Josef Radetzky. Veterano delle guerre contro i Turchi e delle campagne napoleoniche, capo di stato maggiore a Lipsia nel 1813, Radetzky possedeva una lunga esperienza operativa e una conoscenza diretta del valore delle fortificazioni.
Nella regione compresa tra Garda, Mincio, Adige e Po individuò uno spazio ideale per un sistema difensivo capace di controllare il Lombardo-Veneto. Milano rimaneva il centro politico, ma era difficile da difendere: una grande città aperta, con il Castello Sforzesco come principale punto fortificato. L’area del futuro Quadrilatero offriva invece un compromesso molto più favorevole tra fortificazioni artificiali e ostacoli naturali.
Il Garda chiudeva il settore settentrionale; il Mincio, l’Adige e il Po costituivano linee d’acqua decisive; le paludi intorno a Legnago rendevano difficili i movimenti; le colline moreniche offrivano posizioni dominanti per l’artiglieria. A queste difese naturali si aggiungevano Verona, Mantova, Peschiera e Legnago. Verona divenne il perno principale e fu oggetto dei grandi interventi della scuola fortificatoria austriaca, in continuità e sovrapposizione con le opere scaligere e veneziane. Peschiera, per la sua posizione ribassata e per le alture che la dominavano, rimaneva invece il punto più delicato del sistema.

QUARANTOTTO - E QUARANTANOVE
Il 1848 trasformò un progetto strategico ancora incompleto in una necessità urgente. La rivoluzione non fu un fenomeno soltanto italiano, ma europeo: Vienna, Venezia, Milano, Budapest, Berlino e Parigi furono attraversate da crisi e insurrezioni. Nel marzo il Regno di Sardegna entrò in guerra contro l’Austria. Gli austriaci ripiegarono nel sistema fortificato e Peschiera venne posta sotto assedio.
Il territorio di Ponti fu immediatamente coinvolto. Le colline circostanti divennero posizioni di artiglieria, aree di transito e accampamento. La popolazione rurale non va immaginata come un blocco politicamente omogeneo. Le priorità dei contadini erano spesso la sicurezza dei raccolti, la protezione delle case, la possibilità di continuare a lavorare e il timore delle requisizioni. L’arrivo di un esercito poteva rappresentare entusiasmo politico per alcuni e, per altri, soprattutto un pericolo per la vita quotidiana.
Lettura dal diario di Tito Pinchetti:
«Provocata dalle insurrezioni di Venezia e Milano, il 23 marzo 1848 ha inizio la prima guerra d’indipendenza contro l’Austria. Dopo gli scontri lungo il Mincio, gli austriaci si ritirano nelle fortezze del Quadrilatero. Peschiera è assediata e bombardata. L’ingegnere Giacomo e il figlio Giuseppe si trovano nel campo austriaco, ma le loro idee sono ormai opposte: lealista il padre, patriota il figlio.
La sera del 9 aprile arrivano a Ponti i piemontesi. Per diverse settimane tutta la zona circostante Peschiera è interessata da un intenso movimento di truppe. Dalle alture di Monte Croce e del Monte della Guardia le artiglierie piemontesi battono la fortezza; i colpi austriaci arrivano anche verso Ponti, danneggiando tetti e comignoli senza, secondo il racconto, gravi conseguenze per le persone. La vita del borgo è sconvolta: i soldati attingono acqua dai pozzi, chiedono paglia e foraggio, gli ufficiali vengono ospitati nelle case.
Il 30 maggio giunge la notizia della capitolazione di Peschiera. Il diario racconta che Giuseppe Pinchetti, trentenne, corre incontro ai piemontesi sventolando il tricolore, mentre il padre Giacomo, fedele suddito asburgico, rimane in casa con la moglie Angelica. La contrapposizione politica attraversa così la stessa famiglia. La gioia è tuttavia breve: dopo Custoza gli austriaci riprendono il controllo di Peschiera e del territorio, mentre l’esercito piemontese si ritira verso Brescia e Milano.»
La lettura va considerata con cautela, perché mescola memoria, ricostruzione familiare e fatti generali. Il suo valore maggiore sta proprio nell’intreccio tra «grande storia» e microstoria. La vicenda di Giuseppe che festeggia la caduta della fortezza e del padre che, invece, serve l’amministrazione militare austriaca restituisce bene la complessità delle appartenenze in un territorio di frontiera.
Un ulteriore riferimento a Ponti compare nel resoconto austriaco della battaglia di Custoza, nel quale viene ricordato un episodio del 24 luglio: un reparto, attraversato il fiume con un ponte di barche, avrebbe catturato tre cannoni e carri di munizioni. Dopo Custoza la campagna si concluse con la ritirata piemontese e l’armistizio; la ripresa delle operazioni nel 1849 terminò a Novara e con l’abdicazione di Carlo Alberto in favore di Vittorio Emanuele II.

UN GRANDE CANTIERE
La caduta di Peschiera nel 1848 rappresentò uno smacco grave per l’esercito austriaco e dimostrò che la piazzaforte era il punto più fragile del Quadrilatero. Da quel momento Peschiera divenne un enorme cantiere. Il piano di adeguamento approvato nel 1849 prevedeva un campo trincerato esteso sulle due rive del Mincio e una cintura di opere distaccate capace di impedire al nemico di avvicinare direttamente le artiglierie alle mura della città.
Il Quadrilatero non va immaginato come una semplice somma di forti. Era un sistema logistico e territoriale: caserme, magazzini, strade militari, approvvigionamenti, ponti, comunicazioni e, soprattutto, la ferrovia. La ferrovia consentiva di trasferire uomini, viveri, materiali e informazioni con una velocità prima impensabile. A Peschiera il problema era particolarmente complesso perché la linea ferroviaria doveva attraversare il Mincio mediante un ponte fortificato.
I lavori assorbirono una quantità enorme di manodopera. Peschiera e Ponti erano piccoli centri, e la presenza dei cantieri trasformò l’economia locale. Braccianti che normalmente lavoravano nei campi, nella bachicoltura o nelle attività stagionali poterono essere impiegati nella costruzione dei forti, nel trasporto di pietra, mattoni e terra e nelle forniture per l’esercito. In pochi anni il paesaggio venne modificato da terrapieni, fossati, palizzate, strade coperte e nuovi manufatti in muratura.
La logica costruttiva era semplice: si fortificavano anzitutto le posizioni da cui, nel 1848, i piemontesi avevano potuto battere Peschiera. Tra il 1851 e il 1853 presero forma i forti Cappuccini, Papa, Laghetto, Saladini e Badoara. Il sistema venne poi ampliato e perfezionato con opere più grandi e autonome.

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Il punto cardine del settore meridionale del campo trincerato era l’Opera Sesta, l’attuale Forte Ardietti, costruita sul confine tra Ponti sul Mincio e Peschiera. Il forte doveva coprire un settore più ampio rispetto alle altre opere, chiudere la cintura fortificata nel punto in cui la valle del Mincio interrompeva la continuità delle alture e, soprattutto, proteggere l’attraversamento ferroviario.
I forti di Peschiera erano identificati prevalentemente da numeri, a differenza di molte opere veronesi. Nella memoria della conferenza questo elemento viene collegato anche allo smacco della caduta del 1848: Peschiera, sconfitta, non avrebbe ricevuto la stessa enfasi celebrativa nelle intitolazioni. L’Opera Sesta divenne comunque il cardine fortificatorio della piazzaforte.
Il progetto venne rielaborato dalla direzione del Genio militare di Vienna. Nel 1853 il colonnello Michael von Maly intervenne direttamente sui progetti; la soluzione adottata si ispirava anche al forte Kaiserin Elisabeth di Verona, attribuito ad Andreas Tunkler, successore di Franz von Scholl nell’ambito dell’ufficio fortificazioni. I lavori iniziarono nel 1856-1857, furono interrotti dalla guerra del 1859 e ripresero nel 1860; il forte venne completato l’anno seguente con il grande ridotto centrale.
La struttura presenta un impianto poligonale adattato al terreno, con fronte di gola rientrante, fossato secco, muro alla Carnot, caponiere, rampari e postazioni d’artiglieria. Al centro si sviluppa il grande ridotto circolare, articolato su due livelli voltati e dotato di cortile interno. Le opere in terra proteggevano le murature e le batterie; un organo casamattato di fiancheggiamento era destinato a battere efficacemente la valle del Mincio.
Il presidio teorico era di circa 450 uomini in pace e 612 in guerra, un numero enorme se confrontato con la popolazione di Ponti. Questa proporzione aiuta a comprendere l’impatto reale di una guarnigione: centinaia di uomini dovevano mangiare, bere, dormire, lavarsi, ricevere uniformi, munizioni e attrezzature. Servivano lavanderie, trasporti, forniture, manutenzione e personale civile. Un forte non era quindi soltanto un edificio militare, ma un organismo che condizionava l’economia e la quotidianità dei paesi circostanti.
L’interesse di Forte Ardietti sta anche nella qualità architettonica. Le finiture, l’uso della pietra, l’inserimento nel paesaggio e alcuni richiami alle architetture locali mostrano che la fortificazione non era concepita come un manufatto puramente funzionale. Le diverse fasi costruttive sono leggibili ancora oggi anche nelle soluzioni e nei materiali: vi sono momenti in cui le risorse sono disponibili e momenti in cui occorre concludere i lavori con maggiore economia.

VERBOTEN SIUGAR LINZIOI AL SOL
Nel 1859 il Regno di Sardegna non affrontò più da solo l’Austria, ma poté contare sull’alleanza francese. La campagna culminò nella grande battaglia del 24 giugno, combattuta su un fronte vastissimo tra Medole, Solferino, San Martino e le zone circostanti. Fu una battaglia caotica e frammentata, combattuta ancora con tattiche di ascendenza napoleonica ma con armi più efficaci, capaci di aumentare drasticamente gittata e potenza del fuoco.
Lettura dal diario di Tito Pinchetti:
«1859. Giunge così la seconda guerra d’indipendenza. Da Vienna scende a Verona l’imperatore Francesco Giuseppe per assumere personalmente la direzione delle operazioni. Vuole tentare la controffensiva, ripassare il Mincio tra Mantova e Peschiera e prendere posizione sulle alture a sud del lago di Garda.
Per Ponti sono nuovamente giornate di grande movimento. Questa volta, a differenza di undici anni prima, per le vie del paese transitano gli austriaci diretti verso ovest. I ciottoli delle strade risuonano dei passi dei soldati, dei carri, dei cannoni e dei cavalli. Molti movimenti avvengono di notte, per evitare il caldo e per sottrarsi all’osservazione nemica. Il paese assiste con ansia e curiosità.
La tensione è tale che, secondo la memoria locale, i gendarmi vietano alle donne delle campagne di stendere i lenzuoli al sole per timore che possano essere segnali rivolti ai piemontesi. Da qui sarebbe nato il detto, tramandato dai vecchi, «verboten siugar linzoi al sol».»
Il diario ipotizza inoltre un passaggio di Francesco Giuseppe sul Monte Croce e addirittura una visita a un forte già in costruzione. Su questo punto la documentazione contraddice la memoria familiare: il progetto del forte Franz Joseph-Monte Croce è successivo e i lavori iniziarono negli anni 1863-1864. È possibile immaginare che l’altura fosse stata utilizzata come punto d’osservazione, ma non è sostenibile una visita dell’imperatore a un cantiere che, secondo i documenti, non era ancora aperto. Questo è un esempio utile del modo in cui le memorie locali devono essere confrontate con le fonti amministrative e militari.
Nei giorni successivi alla battaglia di Solferino e San Martino Peschiera rimase comunque un punto militare attivo. Il 30 giugno e il 1º luglio ebbe luogo una sortita austriaca collegata all’ipotesi di un assedio; si registrarono cannoneggiamenti e impiego di razzi incendiari, con danni anche nell’area di Ponti.

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L’evoluzione dell’artiglieria rese presto insufficiente la prima cintura fortificata. I nuovi pezzi a canna rigata e, progressivamente, a retrocarica garantivano maggiore cadenza di tiro, precisione e gittata. Era quindi necessario controllare anche le alture più esterne. Il Monte Croce, una delle quote dominanti dell’area, divenne il luogo scelto per l’ultima grande opera permanente aggiunta al sistema di Peschiera.
Il forte, denominato Franz Joseph e poi noto come Monte Croce, fu progettato nel 1863 dal maggiore Joseph Leard e dal capitano Karl von Peche della direzione del Genio di Peschiera. I lavori iniziarono nel 1864. La memoria Pinchetti attribuisce alla famiglia un ruolo progettuale maggiore di quanto sia documentabile; è più prudente ipotizzare un coinvolgimento locale nelle attività di cantiere, negli approvvigionamenti o nell’organizzazione della manodopera, senza trasformare Giacomo Pinchetti nel progettista dell’opera.
Il progetto mostra una concezione più moderna rispetto ai forti precedenti. Il fronte esposto al nemico era quasi completamente coperto da grandi masse di terra, mentre le murature risultavano più visibili sul fronte di gola. La pianta assumeva un andamento curvilineo, simile a un ferro di cavallo, con due ordini concentrici di casematte. La protezione contro l’assalto di fanteria era affidata a un fossato profondo e a una galleria di fiancheggiamento con feritoie per fucileria e artiglieria.
L’armamento teorico comprendeva quaranta pezzi, tra cui undici cannoni rigati a retrocarica, oltre a cannoni ad avancarica, obici e mortai. I pezzi rigati potevano raggiungere distanze molto superiori rispetto alla generazione precedente. Le casematte erano dotate di sistemi di protezione per gli artiglieri e, come in ogni grande fortificazione, ospitavano anche funzioni logistiche: alloggi, depositi di munizioni, viveri e materiali.
Il presidio previsto era di circa 490 uomini, elevabile a 650 in guerra. Anche in questo caso il confronto con gli abitanti di Ponti rende evidente l’impatto potenziale dell’opera. Dal punto di vista paesaggistico Monte Croce sarebbe stato una presenza fortissima: una grande massa artificiale dominante, visibile dalle colline moreniche e dalla sponda veronese del Garda. La demolizione successiva ha reso oggi difficile percepirne le dimensioni originarie.

1866
La terza guerra d’indipendenza del 1866 concluse la vicenda politica del Lombardo-Veneto. Sul fronte italiano il nuovo Regno d’Italia subì due sconfitte di forte impatto simbolico, a Custoza e a Lissa. Nonostante l’esito tattico negativo delle operazioni italiane, la vittoria prussiana sull’Austria determinò il quadro diplomatico che portò alla cessione del Veneto all’Italia.
Ponti non venne investita direttamente da una grande battaglia, anche perché la presenza delle opere fortificate rendeva rischioso un avvicinamento alla piazzaforte. Le fonti ricordano però attività di fuoco e l’impiego da Peschiera di razzi incendiari, le cosiddette «racchette», destinati a creare sbarramenti e copertura per le truppe. Alcuni ordigni raggiunsero anche la campagna di Ponti, provocando incendi a cascine o campi. Il sistema fortificato, costruito proprio per tenere il nemico a distanza, svolse così la sua funzione senza essere sottoposto a un vero assedio.
Con il passaggio del Veneto al Regno d’Italia, Peschiera e la sua cintura di forti cambiarono improvvisamente significato strategico. Opere costruite per difendere il confine occidentale dell’Impero si trovarono ormai rivolte verso l’interno del nuovo Stato italiano.

LA PESCHIERA CHE SE NE VA
Nel 1905 un articolo illustrato intitolato «La Peschiera che se ne va» descrisse la progressiva demolizione delle opere militari ormai ritenute inutili. Lo Stato italiano si trovava a gestire un patrimonio enorme di murature, terreni, pietre e materiali che non aveva più una funzione difensiva. In molti casi la soluzione fu vendere le fortificazioni a privati, recuperare materiali da costruzione o trasformare la pietra in calce.
Il caso del Monte Croce è particolarmente significativo. Una testimonianza di Fulvio Balisti, tratta da «Osteria dell’Orologio», ricorda l’acquisto del forte da parte dell’ingegnere Carlo Moreschi nel 1903 per 16.800 lire. Prima della recinzione e dell’avvio della demolizione, il Monte Croce era divenuto uno spazio d’uso collettivo: luogo di giochi per i ragazzi, pascolo, meta di passeggiate, area in cui raccogliere erbe, funghi e legna. La vendita trasformò radicalmente questo rapporto tra il paese e l’antica fortezza.
Lettura da Fulvio Balisti, «Osteria dell’Orologio»:
«L’ingegnere Carlo Moreschi acquistava nel 1903, con altri forti, il Monte Croce, situato sopra il colle omonimo ai margini del mio paese, elemento avanzato della fortezza di Peschiera. Il Monte Croce era una meta per le più diverse distrazioni: per i fanciulli palestra di giochi, per gli animali libero pascolo, per la popolazione meta di passeggiate e di soste, campo di erbe commestibili, di funghi e di legna. Quando fu cinto di muro e sconvolto, la popolazione si chiese perché il Comune non lo avesse acquistato, in luogo dell’ingegnere che lo pagò 16.800 lire, a porte chiuse e libero da ogni gravame. [...] L’ingegnere stava attuando su più lati e in larga scala l’assunzione della manodopera per sviluppare le opere di smantellamento e di demolizione della massiccia costruzione. Data la povertà dell’ambiente paesano, vi fu una gara di offerte, della quale egli non profittò, stabilendo orari di lavoro e fissando paghe largamente remunerative.»
Le memorie della famiglia Pinchetti proseguono la storia della demolizione. I resti del forte furono sfruttati con un duplice obiettivo: recuperare la pietra calcarea, trasformandola in calce mediante una fornace impiantata sul colle, e convertire i pendii in terreno agricolo, in particolare vigneti. La fornace lavorò intensamente e il materiale del forte rientrò nel ciclo edilizio del territorio.
Nel ricordo familiare compare anche un episodio significativo: due anziani ultraottantenni, saliti sul Monte Croce mentre procedevano i lavori, si sarebbero presentati come uomini che più di cinquant’anni prima avevano partecipato alla costruzione della fortificazione. La stessa generazione poteva quindi assistere alla nascita e alla scomparsa di una delle più imponenti opere militari del territorio.
La demolizione si concluse nel 1931. Nel 1936 gli ultimi blocchi di pietra ancora recuperabili sarebbero stati donati al Comune di Ponti sul Mincio per la costruzione del Monumento ai Caduti progettato dall’architetto Giancarlo Maroni, noto per il Vittoriale degli Italiani. In questo modo una parte materiale del forte asburgico venne incorporata in un monumento nazionale italiano: un passaggio simbolicamente molto forte, oltre che un esempio concreto di riuso dei materiali.

VESTIGIA
Del Monte Croce rimangono il portale, alcune strutture casamattate, tratti dei camminamenti e soprattutto parti della grande poterna che collegava i livelli superiori dell’opera al fossato. Si tratta in gran parte di spazi privati, ma ciò che sopravvive mostra ancora l’eccezionale qualità costruttiva della fortificazione.
La scomparsa quasi completa di Monte Croce consente di comprendere, per contrasto, il valore di Forte Ardietti. Quest’ultimo è giunto sino a noi in uno stato di conservazione straordinario e costituisce una testimonianza diretta dell’intero sistema del Quadrilatero: architettura, vita militare, logistica, rapporto con il territorio e trasformazioni politiche dell’Ottocento.
Il forte ha attraversato confini amministrativi e identità politiche: Impero d’Austria, Regno d’Italia e Repubblica Italiana; oggi si trova inoltre in una posizione liminale tra Ponti sul Mincio e Peschiera, tra le province di Mantova e Verona e tra Lombardia e Veneto. Questa complessità amministrativa ha reso spesso difficile la gestione del bene, ma ne aumenta anche il valore come luogo capace di raccontare una storia che non coincide con un solo confine o una sola identità.
La conservazione non dovrebbe limitarsi alla sopravvivenza delle murature. Un’opera come Forte Ardietti può essere visitata, studiata e vissuta, facendo comprendere al pubblico non soltanto le guerre e le artiglierie, ma la vita quotidiana di centinaia di soldati, il lavoro dei civili, l’organizzazione del territorio, le trasformazioni del paesaggio e l’eredità materiale lasciata dall’età asburgica. In questo senso la fortificazione può diventare un luogo contemporaneo di ricerca e divulgazione, senza perdere la sua identità storica.

L. Danieli
Per informazioni: acrimperi@gmail.com
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