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PESCHIERA NEL 1866

Quando si parla del 1866, Peschiera del Garda è quasi sempre lì, sulle carte. nei piani degli stati maggiori, nei libri che spiegano il Quadrilatero.


Eppure, nonostante questa presenza costante, raramente è davvero protagonista del racconto.

Si parla di Custoza, naturalmente. Della confusione dei comandi italiani, dell’azione dell’arciduca Alberto, dei combattimenti sulle colline tra Oliosi, Monte Vento, Santa Lucia e Villafranca. Si parla di Lissa, Bezzecca, Sadowa e di quella strana guerra in cui l’Italia riuscì infine ad ottenere il Veneto dopo avere perso le due battaglie che più di tutte sarebbero rimaste nell’immaginario nazionale.


Peschiera resta sullo sfondo. Una fortezza.

Una delle quattro.


E proprio qui, credo, sta il problema.


Perché una fortezza non deve necessariamente essere assediata per avere importanza. Anzi: quando è davvero efficace, spesso il suo successo consiste proprio nel costringere il nemico a cambiare strada, trattenere uomini, modificare piani e spendere energie senza che sia stato sparato un colpo.

Peschiera nel 1866 fece esattamente questo.


Che ci piaccia o meno immaginare il Risorgimento come una successione di bandiere, cariche e proclamazioni, la guerra fu anche una questione di strade, ponti, magazzini, cannoni e fortificazioni.

E sul Mincio gli austriaci avevano lavorato parecchio.


La Peschiera che si trovò davanti l’esercito italiano nel giugno del 1866 non era più quella del 1848. Diciotto anni prima la fortezza era stata assediata e costretta alla resa dalle truppe piemontesi, un episodio che a Vienna non era stato dimenticato e che lasciò traccia nell'identità stessa dei forti che vennerco costruita per difenderla: ignobilmente senza nome perchè non degni visto il disonore della sconfitta subita.

Dal 1849 in avanti la vecchia cittadella venne quindi progressivamente inserita in un vero campo trincerato, con forti distaccati posti fino a diversi chilometri dalla cinta urbana. Nel suo assetto definitivo il sistema raggiungeva circa sette chilometri di perimetro ed era pensato per accogliere un corpo di piazza nell’ordine dei tremila uomini.

Non si trattava di un vezzo architettonico. L’artiglieria stava cambiando. I cannoni rigati avevano aumentato gittata e precisione e le vecchie cinte bastionate, che per secoli avevano rappresentato il massimo della scienza militare, erano sempre più vulnerabili. Bisognava quindi allontanare il nemico dalla città, disperdere le opere, interrarle, proteggerle e obbligare le batterie d’assedio a fermarsi sempre più lontano.


Tra Peschiera, Ponti sul Mincio e Castelnuovo comparvero quindi forti, terrapieni, ridotti, fossati, casematte e batterie.

Forte Ardietti, ad esempio, poteva ospitare oltre seicento uomini e disponeva di venticinque pezzi d’artiglieria. Monte Croce, costruito per ultimo nel 1864, era una delle opere più moderne del campo trincerato.

Oggi molti di questi nomi dicono poco. Allora erano sufficienti a modificare il movimento di una divisione.


Il 20 giugno 1866 il Regno d’Italia dichiarò guerra all’Impero d’Austria. Era una guerra attesa.

Voluta. In qualche misura necessaria alla logica stessa con cui il nuovo Stato italiano guardava al proprio completamento territoriale.


Il Veneto era ancora austriaco e l’alleanza con la Prussia offriva quella che sembrava un’occasione difficilmente ripetibile. Sulla carta le prospettive erano persino buone. L’Italia disponeva di un esercito numeroso, di uomini che avevano combattuto nelle campagne precedenti, di una monarchia che aveva costruito buona parte della propria legittimità politica attorno alla guerra nazionale e di un nemico costretto contemporaneamente a guardare verso nord, dove si muovevano i prussiani.


Poi c’era il Quadrilatero. Ed il Quadrilatero aveva la sgradevole abitudine di esistere indipendentemente dai programmi politici. Peschiera e Mantova controllavano il Mincio. Verona e Legnago l’Adige.

Tra queste fortezze l’esercito austriaco poteva appoggiarsi ad un sistema logistico e difensivo costruito in decenni di occupazione militare del territorio. Non era una muraglia continua. Era un sistema.


Le fortezze proteggevano depositi e vie di comunicazione, offrivano rifugio alle truppe, minacciavano i fianchi di un esercito invasore e soprattutto obbligavano l’avversario a tenerne continuamente conto.


Il 23 giugno l’esercito italiano passò il Mincio.

La 2ª Divisione del generale Giuseppe Pianell rimase però proprio davanti a Peschiera con il compito di controllare la piazzaforte. Questo dato, da solo, racconta più della reale importanza della fortezza di molte descrizioni delle sue mura.

Una divisione. Migliaia di uomini. Uomini che non erano a Custoza perché Peschiera era lì.

La cosa diventa ancora più interessante se consideriamo che il comando italiano non conosceva con chiarezza la posizione dell’esercito austriaco.


Si riteneva ancora possibile che gli imperiali mantenessero un atteggiamento prevalentemente difensivo. Invece l’arciduca Alberto aveva concentrato le proprie forze attorno a Verona e stava muovendo attraverso le colline moreniche verso il Mincio.



Il risultato lo conosciamo. O almeno crediamo di conoscerlo.


Custoza viene spesso raccontata come la dimostrazione dell’incapacità italiana.

E certamente errori ve ne furono. Tanti: Marce mal coordinate, divisioni che si intralciarono, ordini contraddittori, scarsa conoscenza della posizione nemica, reparti impiegati isolatamente.

Ma fermarsi qui significa trasformare una battaglia complessa nell’ennesima storiella nazionale sugli italiani incapaci di fare la guerra.

Ed è una lettura che trovo tanto comoda quanto poco utile. Gli uomini combatterono, spesso molto bene. Furono i comandi a non riuscire a trasformare quel valore in un’azione coerente.


Lo scrisse con estrema chiarezza anche Pianell: le truppe, nella maggior parte dei casi, non fuggirono. Ripiegarono perché sopraffatte, perché mal dirette oppure perché ricevettero l’ordine di farlo.


Sul fianco settentrionale della battaglia la questione di Peschiera emerse immediatamente.

La 1ª Divisione di Cerale venne investita duramente dagli austriaci attorno a Oliosi e Monte Vento. Cerale fu ferito. Il generale Villarey cadde alla testa della propria brigata.


La situazione stava diventando critica.

Pianell avrebbe potuto attenersi rigidamente agli ordini ricevuti e continuare a sorvegliare la fortezza.

Non lo fece. Di propria iniziativa mandò oltre il Mincio la brigata Aosta, che intervenne sul fianco austriaco contribuendo a fermarne la progressione verso Monte Vento.

È uno degli episodi più inattesi della battaglia di Custoza.


Non perché cambiò l’esito finale. Non lo fece. Ma perché dimostra quanto sia rischioso ridurre una campagna militare alle decisioni dei comandanti supremi.


Mentre più in alto la macchina italiana faticava a capire cosa stesse realmente accadendo, un generale guardò ciò che aveva davanti e decise.


Nel frattempo Peschiera rimaneva alle sue spalle. Con i suoi forti, le sue artiglierie, la sua guarnigione.

La minaccia che da quelle porte potesse uscire una colonna austriaca era reale e infatti, durante la battaglia, dalla piazzaforte vennero effettuati movimenti offensivi.

Non furono decisivi. Ma non avevano bisogno di esserlo.


Questo è il punto.

La forza di Peschiera non consisteva nella capacità di conquistare Monte Vento.

Consisteva nel fatto che nessun comandante italiano poteva sapere con certezza quanto della guarnigione sarebbe uscito, quando sarebbe uscito e con quale obiettivo.

Una fortezza immobilizza uomini anche quando rimane immobile.

È una considerazione banale solo dopo averla fatta.

Per chi marciava sotto il sole del 24 giugno con lo zaino, il fucile, le cartucce e nessuna idea precisa di dove fosse il grosso dell’esercito austriaco, doveva esserlo molto meno.


Peschiera era inoltre qualcosa di più della sola piazzaforte.

La città era ormai diventata il centro di una vera regione militare.

La vecchia cinta racchiudeva caserme, magazzini, comandi, strutture sanitarie e depositi. Attorno si estendevano le opere del campo trincerato. Sul lago operava inoltre una flottiglia austriaca che poteva appoggiarsi alle basi di Peschiera e Riva e che disponeva complessivamente di oltre venti unità di varia dimensione.


Può far sorridere parlare di una marina da guerra sul Garda. Non dovrebbe.

In un territorio nel quale le strade costiere erano lente e difficili, muovere uomini, pezzi e rifornimenti sull’acqua aveva un valore notevole. Il Garda del 1866 non era quello delle vacanze. Era un confine. Ed era armato.


Peschiera rappresentava forse più di ogni altro luogo questa realtà.

Una città nella quale il militare e il civile vivevano praticamente uno dentro l’altro.

Le mura non circondavano soltanto i soldati.

Circondavano case, botteghe, famiglie.

Il passaggio dei reparti, le guardie, gli ufficiali, l’artiglieria, i cavalli e gli approvvigionamenti facevano parte della quotidianità.


Noi tendiamo spesso a separare la “storia militare” dalla “storia delle persone”. È una distinzione molto moderna. Per chi abitava Peschiera nel 1866 non esisteva. L’esercito era fuori dalla finestra.


Poi Custoza finì.

Gli austriaci avevano vinto. Il Regno d’Italia aveva subito una sconfitta grave, resa ancora più dolorosa alcune settimane dopo dal risultato di Lissa.

Ed ecco una delle meravigliose contraddizioni del 1866. Peschiera aveva contribuito al sistema militare che aveva consentito agli austriaci di vincere a Custoza. Custoza però non salvò Peschiera.


Perché mentre italiani e austriaci combattevano tra le colline veronesi, la guerra vera – quella che avrebbe deciso il destino dell’Impero – si stava combattendo altrove.

Il 3 luglio l’esercito prussiano sconfisse duramente gli austriaci a Königgrätz.

Da quel momento il Veneto diventò progressivamente una moneta diplomatica.


L’Austria aveva vinto in Italia. Aveva perso la guerra.

E la storia, che raramente si preoccupa di offrire finali moralmente ordinati, decise che il Regno d’Italia avrebbe ottenuto il Veneto. Nel luglio l’esercito italiano riprese l’avanzata.

Alla tregua restavano ancora in mano austriaca proprio le grandi fortezze del Quadrilatero, oltre a Venezia e Palmanova. Peschiera non era caduta. Non era stata espugnata.

Le sue mura non erano state neanche toccate dall’artiglieria. I suoi forti nemmeno.

La guarnigione non aveva dovuto vivere un nuovo 1848.


Semplicemente, ormai, non serviva più combattere.


Il 9 ottobre 1866 avvenne la consegna della fortezza. Il passaggio seguì il curioso meccanismo diplomatico stabilito dalla pace: l’autorità austriaca consegnò Peschiera al rappresentante francese e questi la trasferì all’Italia. Fu la prima delle grandi fortezze venete a passare di mano. Il giorno successivo i giornali potevano già annunciare che la guarnigione austriaca aveva sgombrato la piazza e che le truppe italiane l’avevano occupata.

Nessun assalto.

Una firma.

Qualche ordine.

Una bandiera che scende ed un’altra che sale.


Mi piace pensare che il 1866 a Peschiera si comprenda proprio attraverso questa apparente mancanza di avvenimenti.

Per quasi mezzo secolo l’Austria aveva costruito, modificato e rafforzato quel luogo nella convinzione che un giorno sarebbe stato necessario difenderlo.

Nel 1866 la fortezza funzionò.


Condizionò le operazioni italiane, trattenne uomini, protesse una parte del dispositivo austriaco e rimase saldamente nelle mani della propria guarnigione durante tutta la campagna.

Poi venne ceduta.

Non perché avesse fallito. Perché aveva fallito lo Stato che l’aveva costruita.

Ed è forse questo il modo migliore per capire Peschiera e, in generale, il Quadrilatero.


Le fortezze non erano dinosauri militari condannati alla scomparsa, come talvolta vengono rappresentate osservandole con il senno di poi. Nel 1866 funzionavano ancora. Il problema era che nessuna fortificazione poteva difendere l’Austria da Sadowa.



Oggi passeggiamo sulle mura di Peschiera, attraversiamo Porta V erona, passiamo davanti agli edifici militari e spesso fatichiamo a immaginare quanto questo piccolo spazio sul Garda fosse stato importante per gli equilibri di un impero.

Eppure la storia è ancora tutta lì. Basta uscire un poco dal centro. Guardare verso le colline.

Cercare ciò che resta dei forti. Seguire il Mincio verso Ponti.

Ci si accorge allora che Peschiera non era soltanto una città fortificata.


Era il punto nel quale un lago diventava fiume, una città diventava caserma e una frontiera diventava sistema.


Nel giugno del 1866 migliaia di uomini dovettero modificare i propri movimenti perché quella fortezza esisteva. In ottobre entrarono senza sparare.


Forse non è la storia eroica che normalmente ci piace raccontare. È però storia.

E, molto spesso, è proprio nelle vicende in cui nessuno riesce ad essere completamente vincitore o completamente sconfitto che vale maggiormente la pena di fermarsi.


L. Danieli

Per informazioni: acrimperi@gmail.com


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