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STORIA DELLA FRONTIERA | IL Militärgrenze

Il Confine Militare non era una linea sulla carta: era un territorio; un sistema amministrativo; una società e, soprattutto, un esercito distribuito per centinaia di chilometri lungo il margine sud-orientale della monarchia asburgica.



Per generazioni intere, nascere in quelle terre significò crescere sapendo che il campo coltivato dalla propria famiglia, la casa nella quale si viveva e il fucile che si sarebbe prima o poi imbracciato appartenevano, in qualche modo, allo stesso sistema.


Se volessimo utilizzare un’immagine moderna, potremmo definirlo una sorta di Far West dell’Impero asburgico. Non perché fosse una terra senza legge. Anzi: era probabilmente uno dei territori più regolamentati della monarchia. Ma perché rappresentava il punto nel quale due mondi si incontravano.

Dall’altra parte c’era l’Impero ottomano. Da questa, un’Europa asburgica che per secoli aveva imparato a convivere con incursioni, guerre, contrabbando, epidemie, migrazioni, banditismo e continui allarmi.


Qui vivevano i Grenzer, letteralmente gli uomini della frontiera. Non semplicemente “Croati”, come spesso sarebbero stati ricordati in Italia. Non una nazionalità trasformata in reparto militare. Erano abitanti di distretti organizzati territorialmente, appartenenti a comunità cattoliche e ortodosse, slave, romene, tedesche e di altre provenienze, inseriti in un sistema nel quale la Corona concedeva terra, privilegi e una particolare condizione giuridica in cambio di un obbligo militare permanente.


Un sistema molto più antico di Maria Teresa. Ma fu con Maria Teresa che quel mondo acquistò la forma che, con successive trasformazioni, avrebbe conservato per oltre un secolo.



Maria Teresa: trasformare la frontiera in un esercito


Quando Maria Teresa salì al trono nel 1740 trovò un apparato militare tutt’altro che soddisfacente.

La stessa sovrana descrisse l’esercito ereditato da Carlo VI come un insieme disordinato, nel quale differenti unità utilizzavano procedure, esercizi e persino interpretazioni dei comandi diverse.

La risposta fu una vasta opera di riforma.

Organizzazione, amministrazione, reclutamento, addestramento, equipaggiamento e tattica furono progressivamente razionalizzati. Nel 1747 le terre ereditarie austriache e boeme accettarono obblighi finanziari pluriennali destinati al mantenimento di un esercito permanente di 110.000 uomini. La trasformazione coinvolse inevitabilmente anche la frontiera.

Maria Teresa non volle cedere alle aspirazioni ungheresi di riportare il Confine Militare sotto il pieno controllo del Regno d’Ungheria. La ragione era molto concreta: quelle truppe avevano dimostrato di essere troppo importanti.

I Grenzer non avrebbero più dovuto essere soltanto uomini capaci di sorvegliare i villaggi, combattere piccole guerre contro razziatori e pattugliare i boschi lungo il confine Dovevano poter essere addestrati e impiegati anche come truppe regolari dell’esercito imperiale.


Nel Generalato di Karlstadt questa trasformazione si vede chiaramente nel 1746, quando sotto il principe di Hildburghausen vennero costituiti quattro reggimenti nazionali di fanteria e un reggimento di ussari. È un passaggio fondamentale perché da quel momento la geografia diventava direttamente organizzazione militare.


La Lika non era soltanto un territorio; Otočac non era soltanto una città; Ogulin non era soltanto una regione: diventavano nomi di reggimenti, battaglioni, uomini. La popolazione e l’esercito finivano quasi per sovrapporsi.

Ed è interessante che proprio quei Ličani che Vienna cercava così faticosamente di disciplinare fossero già diventati personaggi abbastanza esotici da attirare l’attenzione dei giornali britannici. Nella stampa inglese del tempo compaiono come “Lycanians”, protagonisti di resoconti di guerra letti da un pubblico che probabilmente non avrebbe saputo indicare la Lika su una carta geografica.

Erano già, in qualche modo, una leggenda. E le leggende raramente sono docili.


Gli abitanti della Lika e di altri settori della frontiera potevano infatti dimostrarsi fedelissimi sul campo di battaglia e, contemporaneamente, ribellarsi con grande decisione ogni volta che ritenevano minacciati i propri privilegi. Una contraddizione solo apparente. Erano fedeli all’Imperatore proprio perché il rapporto con l’Imperatore garantiva quei privilegi.



Contadino e soldato


Il sistema poteva funzionare proprio perché il Grenzer non veniva mantenuto per tutto l’anno come un normale soldato di guarnigione.

Era la terra a sostenere il soldato. Le grandi comunità familiari garantivano che, mentre alcuni uomini prestavano servizio, altri continuassero a coltivare, allevare il bestiame e mantenere la casa.

In cambio, lo Stato poteva disporre di una quantità enorme di uomini armati con una spesa relativamente contenuta. Ed è qui che il Confine Militare diventa difficile da comprendere attraverso categorie moderne.


Il Grenzer non era propriamente un contadino che in caso di guerra veniva trasformato in soldato.

Era entrambe le cose.

Il servizio militare non interrompeva la sua esistenza civile, anzi ne faceva parte.

Con il tempo la struttura raggiunse dimensioni impressionanti. Dal 1822 il Confine Militare era articolato in quattro grandi comandi generali e comprendeva diciotto reggimenti e un battaglione indipendente. A piena mobilitazione il sistema poteva superare i 100.000 uomini. Numeri enormi per territori spesso poveri e difficili.

Montagne, foreste, altipiani, pietra, inverni duri, villaggi lontani dalle grandi vie commerciali. Chi attraversa ancora oggi la Lika forse può capirlo meglio di chi guarda soltanto una tabella.



La scuola come arma dell’Impero


Ma una società militare non si costruisce soltanto con caserme e fucili.

Servono anche scuole.

Ed è probabilmente uno degli aspetti meno conosciuti della Militärgrenze.

Durante il Settecento la monarchia comprese progressivamente che un territorio militare moderno aveva bisogno di uomini capaci non soltanto di sparare, ma anche di leggere un ordine, compilare un rapporto, tenere una contabilità, comprendere disposizioni amministrative e comunicare con gli ufficiali.

Prima dell’intervento sistematico dello Stato, l’istruzione era affidata soprattutto alle strutture religiose. Parrocchie cattoliche, monasteri e clero ortodosso organizzavano le scuole disponibili nelle rispettive comunità.

Poi arrivò l’assolutismo illuminato. A partire dal 1764 cominciarono ad essere aperte scuole elementari nei centri parrocchiali della Frontiera slavona. Non dobbiamo immaginarle come scuole nazionali nel senso ottocentesco. Il loro scopo era anche, e spesso soprattutto, molto pragmatico: produrre sudditi più istruiti e uomini utili all’amministrazione e all’esercito. Il tedesco assumeva quindi un’importanza particolare. Era la lingua di comando e dell’amministrazione militare.

Un ragazzo che imparava il tedesco poteva comunicare meglio con le autorità, ma poteva anche sperare di accedere a ruoli diversi rispetto a quelli del semplice soldato-contadino.

La scuola diventava quindi contemporaneamente strumento di controllo e possibilità di promozione sociale.


Nel 1774 la grande Allgemeine Schulordnung, ispirata alla riforma di Johann Ignaz von Felbiger, cercò di ordinare il sistema distinguendo scuole triviali, principali e normali.

Anche qui la realtà arrivò dopo la teoria. Mancavano edifici, insegnanti, denaro. E mancava talvolta una cosa ancora più importante: la convinzione delle famiglie che mandare un bambino a scuola fosse davvero più utile che averlo nei campi. Un problema che Vienna non poteva risolvere semplicemente con un decreto. Curiosamente, proprio nelle comunità ortodosse il processo obbligò le autorità a trovare compromessi particolari. Nel 1776 vennero elaborati ordinamenti per le cosiddette piccole scuole illiriche, destinate in particolare alla popolazione serbo-ortodossa.


L’integrazione scolastica della frontiera, dunque, non avvenne semplicemente imponendo una scuola tedesca a tutti. Fu un processo più lento, fatto di resistenze, adattamenti, mediazioni con il clero e progressiva formazione di insegnanti locali.


Durante l’Ottocento il sistema si ampliò ancora. Accanto alle scuole elementari troviamo scuole reggimentali, istituti destinati alla preparazione degli insegnanti e corsi per chi avrebbe dovuto entrare nell’amministrazione della Frontiera. E qui appare uno dei paradossi più interessanti dell’intero sistema. L’Impero costruì scuole per avere soldati e funzionari migliori.

Quelle stesse scuole contribuirono però a formare una popolazione più alfabetizzata, più consapevole della propria identità e progressivamente capace di formulare richieste politiche.

Lo Stato educava per rafforzarsi. Ma educare significa anche insegnare a fare domande.



Due croci sulla stessa mappa


C’è poi la questione religiosa. Ed è impossibile capire la Militärgrenze senza affrontarla.

Una parte consistente dei coloni e dei profughi provenienti dai territori ottomani era di confessione ortodossa. Molti erano serbi; in altre zone erano presenti comunità romene e altri gruppi di rito orientale. La monarchia asburgica rimaneva profondamente cattolica.

Eppure sul confine le necessità militari imposero spesso una dose di pragmatismo che sarebbe stata molto meno facile da trovare altrove. Già i privilegi concessi da Leopoldo I alla grande immigrazione serba alla fine del Seicento avevano riconosciuto libertà di culto e una propria organizzazione ecclesiastica ortodossa. Non fu un regalo disinteressato. Erano uomini e uomini armati. E Vienna ne aveva bisogno.

Per questo la storia religiosa della Frontiera è piena di tensioni fra due impulsi contrastanti. Da una parte vi furono tentativi cattolici di favorire l’unione religiosa e di ridurre l’autonomia ortodossa. Dall’altra le autorità militari sapevano perfettamente che esasperare decine di migliaia di Grenzer ortodossi poteva significare compromettere uno degli strumenti militari più preziosi della monarchia.


Lo Staatsinteresse, l’interesse dello Stato, finiva spesso per pesare più della teologia. Non bisogna quindi costruire il mito di una perfetta convivenza multiconfessionale. Non lo era. Ci furono pressioni, discriminazioni, controversie ecclesiastiche e periodi di forte tensione. Ma sarebbe altrettanto sbagliato immaginare una frontiera divisa rigidamente fra “Croati cattolici” e “Serbi ortodossi” nel senso che queste definizioni avrebbero assunto nel Novecento.


Per lunghi periodi uomini delle due confessioni servirono negli stessi apparati, combatterono per lo stesso sovrano e condividevano problemi quotidiani molto più immediati delle grandi questioni ideologiche. Perfino la storia dei famosi Panduri di Trenck offre un piccolo esempio significativo: fra il personale religioso del corpo troviamo un cappellano cattolico e uno ortodosso. Nessun manifesto sulla multiculturalità: servivano semplicemente entrambi.

Ed è forse proprio per questo che il dettaglio è interessante.


Giuseppe II avrebbe poi portato più avanti la logica della tolleranza con la Patente di Tolleranza del 1781, ma la frontiera aveva già insegnato da tempo alla monarchia una lezione molto semplice: se si vogliono uomini fedeli, a volte bisogna permettere loro di pregare a modo proprio.



La guerra quotidiana


Naturalmente la fama dei Grenzer nacque anche dalle grandi battaglie. Ma il loro vero mestiere era un altro. La frontiera viveva di posti di guardia, pattuglie, distaccamenti, torri, controllo dei passaggi, contrabbando, disertori, bande armate e piccoli incidenti che potevano improvvisamente diventare scontri. Nel settore croato rivolto verso la Bosnia la situazione rimase instabile ancora nel pieno Ottocento. Nel 1819, 1831, 1834 e nuovamente nel 1845-46 gli incidenti arrivarono a coinvolgere forze di dimensioni reggimentali.


Il confine ottomano, inoltre, non era soltanto militare. Era sanitario.

Il cordone sanitario era una delle istituzioni più impressionanti della Frontiera:una catena di posti di controllo e torri attraversava per centinaia di chilometri il margine dell’Impero, con punti autorizzati nei quali persone, animali e merci potevano passare sotto stretta sorveglianza.


Le quarantene potevano durare, a seconda della situazione epidemiologica, da dieci fino a quarantadue giorni. Quarantadue giorni. Provate a immaginare cosa significasse per un mercante, con carri, merci e animali, rimanere bloccato per settimane perché da qualche parte oltre il confine era stata segnalata la peste. Era un sistema durissimo ma l'Europa settecentesca conosceva bene il prezzo delle epidemie.



I Seressani: uomini che sembravano arrivare da un altro esercito


Ed è proprio qui che incontriamo probabilmente il reparto più singolare dell’intero Confine Militare.

I Seressani, o Serežani. Già nell’aspetto sembravano contraddire l’idea che abbiamo dell’esercito asburgico: mentre l’esercito imperiale diventava progressivamente più uniforme, più regolamentato e più riconoscibile nella sua celebre giubba sobria ed elegante, i Seressani continuarono a utilizzare in larga misura abiti di foggia locale. Sembravano, e in parte erano, uomini di un altro mondo.

Non erano fanteria di linea. Erano specialisti della frontiera che conoscevano sentieri, montagne, boschi e passaggi.


Svolgevano funzioni di pattugliamento, polizia militare, controllo del contrabbando e sorveglianza del cordone. La loro presenza era particolarmente utile nei luoghi nei quali un reparto regolare avrebbe avuto difficoltà a muoversi o a distinguere un normale abitante da un contrabbandiere, un bandito o un infiltrato. Non erano soldati migliori, avevano competenze diverse. Il loro valore nasceva dalla conoscenza del territorio. Da questo punto di vista erano forse la forma più pura del Grenzer.

L'esercito regolare poteva insegnare a un uomo a marciare. Non poteva insegnargli in pochi mesi ogni sentiero della Lika.


I Seressani svolgevano inoltre il servizio diretto sul cordone sanitario e proprio una fonte moderna costruita sulla documentazione del sistema sanitario della Frontiera ricorda un particolare che oggi appare quasi incredibile.

Nel livello massimo di allarme epidemico, quando il rischio di contagio proveniente dall’Impero ottomano veniva considerato immediato, chi tentava di attraversare clandestinamente il cordone poteva essere abbattuto e il cadavere bruciato. Estremo?


Certamente. Ma la peste non lasciava molto spazio alla filosofia. Il particolare più affascinante resta comunque l’aspetto. Immaginiamo un ufficiale dell’esercito imperiale, con uniforme regolamentare, bottoni, fusciacca, spada, modulistiche e regolamenti.

Accanto a lui un uomo armato, vestito secondo la tradizione locale, con armamenti esotici e anticaglie da antiquariato ottomano che tuttavia conosce ogni gola e ogni bosco nel raggio di decine di chilometri. Entrambi servono lo stesso Imperatore.

Questa era la frontiera.



La frontiera nelle guerre napoleoniche


Poi arrivò Napoleone. E quella frontiera costruita per guardare verso l’Impero ottomano venne trascinata nel centro della guerra europea.


Fra il 1792 e il 1815 la monarchia asburgica combatté quasi continuamente contro la Francia rivoluzionaria e napoleonica. I Grenzer vennero utilizzati ben oltre il proprio territorio.

Ed erano perfetti per qualcosa che gli eserciti europei stavano imparando ad apprezzare sempre di più: combattere sparsi. Una delle grandi ironie delle guerre napoleoniche è proprio questa.

Mentre molti eserciti cercavano febbrilmente di sviluppare fanterie leggere capaci di schermagliare, l’Austria possedeva da generazioni uomini abituati a farlo per necessità.


Nel 1807 una nuova legislazione fondamentale ridefinì l’ordinamento della Frontiera. Due anni dopo tutto cambiò. Nel 1809 l’Austria tornò in guerra contro Napoleone. Dopo la vittoria di Aspern arrivarono Wagram e il trattato di Schönbrunn. Fra le perdite territoriali imposte alla monarchia vi fu gran parte del Confine Militare croato e una parte di quelle terre entrò nelle Province Illiriche francesi.


Ed ecco un altro paradosso: gli uomini che per generazioni erano cresciuti nel sistema militare asburgico non smisero improvvisamente di essere utili perché cambiò l’amministrazione. I Francesi compresero perfettamente il valore militare di quelle popolazioni.

Lo stesso uomo che pochi anni prima aveva servito l’Aquila imperiale poteva ora trovarsi sotto l’autorità di Napoleone. Difficile?

Solo se pretendiamo di leggere il 1809 con le categorie politiche del Novecento. Nel 1813 le Province Illiriche collassarono e l’Austria tornò in guerra contro Napoleone. La monarchia, che quattro anni prima sembrava quasi distrutta, riuscì nuovamente a mettere in campo grandi armate.


Napoleone era passato. La frontiera era rimasta.



Una riserva militare dell’Impero


Dopo il 1815 l’Austria aveva un problema molto semplice: doveva continuare a essere una grande potenza senza avere sempre il denaro necessario per comportarsi come tale. E il Confine Militare era una soluzione straordinariamente conveniente. I suoi reggimenti erano relativamente economici, rapidamente mobilitabili e continuamente disponibili. Potevano sorvegliare l’Impero ottomano ma potevano essere impiegati anche altrove.


Nel 1820 uomini dell’Ogulin furono utilizzati per la sicurezza del congresso di Lubiana. Nel 1820-21 e nuovamente nel 1831 numerosi battaglioni della frontiera furono inviati a rinforzare le forze austriache in Italia. La Militärgrenze era ormai diventata una riserva militare imperiale.

Se servivano uomini sul Po, partivano. Se servivano in Ungheria, partivano. Se servivano sulla frontiera, restavano.


Il Grenzer apparteneva al proprio territorio. Ma il suo servizio apparteneva all’Imperatore.



1848: il confine diventa politica


Arrivò il 1848. E con esso tutti i problemi che per decenni erano rimasti più o meno nascosti dentro la monarchia. Budapest sosteneva che la Frontiera dovesse entrare pienamente nella struttura del Regno d’Ungheria. Vienna difendeva il proprio controllo diretto. In mezzo c’erano i Grenzer.


Il 23 marzo 1848 venne nominato Ban di Croazia il colonnello Josip Jelačić, vecchio ufficiale della frontiera. Era allo stesso tempo profondamente fedele alla dinastia e sostenitore delle aspirazioni politiche croate. Le due cose non erano considerate incompatibili. Ed è proprio qui che si rompe la comoda lettura “Impero contro nazioni”.


Per molti Croati l’Imperatore rappresentava anche una protezione contro Budapest. Per molti Serbi della Frontiera la monarchia garantiva privilegi politici e soprattutto religiosi che non erano affatto considerati irrilevanti. Il 1848 dimostrò così una cosa molto semplice. Si poteva essere Grenzer, croato o serbo, cattolico o ortodosso, avere aspirazioni proprie e contemporaneamente combattere per l’Imperatore. La storia è quasi sempre meno ordinata delle bandiere che verranno disegnate dopo.



Il 1850: modernizzare senza abolire


Dopo la rivoluzione il Confine Militare non venne abolito ma fu riformato. La legge fondamentale del 7 maggio 1850 cercò di adattare quell’antica istituzione a una società ormai profondamente diversa. Il vecchio rapporto feudale legato alla terra venne abolito insieme agli obblighi di lavoro gratuito che ne derivavano. Gli abitanti ottennero maggiore libertà nell’accesso alle professioni, al commercio, alle scienze e alle arti. Lo Stato assunse direttamente alcuni oneri relativi al vestiario e al mantenimento dei Grenzer durante il servizio. Vennero facilitate le divisioni delle grandi comunità familiari e regolati più precisamente gli obblighi militari. Sembra quasi una normalizzazione.


Quasi. Perché la stessa legge ribadiva che la Militärgrenze costituiva una parte inseparabile della monarchia austriaca e rimaneva sottoposta a un ordinamento particolare. Diritti civili, certamente,ma nella misura in cui fossero compatibili con le esigenze della Frontiera.

Cittadini, ma prima di tutto Grenzer.



1859: dalla Lika alla Lombardia

Nel 1859 l’Austria tornò in guerra in Italia. E ancora una volta arrivarono gli uomini della frontiera. Fra i reparti documentati troviamo il 1º battaglione della Lika, i battaglioni campali di Otočac, il 2º Banalregiment e il battaglione di Titel. Il 20 maggio il battaglione della Lika combatté a Montebello. I suoi schermagliatori rallentarono inizialmente l’avanzata avversaria e il reparto partecipò successivamente alla resistenza contro gli attacchi della cavalleria. A Solferino lo ritroviamo in appoggio a un battaglione di granatieri.


Gli Otočaner combatterono duramente anch’essi. Altri reparti della frontiera furono impegnati a Magenta e a Solferino. Ed è difficile non vedere l'ennesimo paradosso: uomini provenienti da villaggi costruiti nei secoli per sorvegliare la Bosnia ottomana combattevano ora fra le cascine, le risaie e i filari della pianura padana.


Ma ormai era questa la natura della Militärgrenze. Non più soltanto frontiera ma una riserva dell’Impero.



1866: l’ultima guerra del vecchio sistema


Sette anni dopo l’Austria si trovò nuovamente in guerra, questa volta contro la Prussia e il Regno d’Italia contemporaneamente.


Nella primavera del 1866 la monarchia mobilitò anche i reggimenti Grenzer ma sarebbe sbagliato immaginarli tutti concentrati nelle grandi battaglie.

Tre battaglioni romeno-banatici furono assegnati all’Armata del Nord. Gli altri reparti furono principalmente destinati all’Armata del Sud o ai servizi territoriali. I Deutsch-Banater combatterono a Custoza mentre altri battaglioni rimasero distribuiti lungo l’Adriatico. I Likaner contribuirono alla difesa della costa dalmata contro il rischio di sbarchi.


È forse questa l’immagine più adatta per chiudere il percorso. Da una parte Custoza, dall’altra uomini sparsi lungo il mare, sui posti di guardia, a controllare un orizzonte esattamente come i loro antenati avevano controllato i passi della frontiera ottomana.

La direzione era cambiata. Il principio era quasi lo stesso.



Non solo “Croati”

Nelle memorie italiane dell’Ottocento il termine “Croati” diventò spesso una definizione generica. A volte quasi un sinonimo di soldato asburgico proveniente dalle province sud-orientali. È comprensibile in una testimonianza dell’epoca. Molto meno oggi.


I reggimenti della Militärgrenze erano organizzati territorialmente. La Lika aveva una propria identità. Otočac un’altra. Il Banato aveva una composizione ancora differente. Lungo la frontiera convivevano cattolici e ortodossi, comunità slave meridionali, romene, tedesche e altre popolazioni. Appartenenza locale, religione, lingua, fedeltà dinastica e coscienza nazionale potevano sovrapporsi ma non coincidevano necessariamente.


È forse questa la cosa più interessante che ci ha lasciato il Confine Militare.


Un uomo poteva parlare una lingua slava, pregare secondo il rito ortodosso, servire in un reggimento imperiale, sentirsi profondamente legato al proprio villaggio e considerare Francesco Giuseppe il proprio legittimo sovrano. Tutto contemporaneamente. Il nostro bisogno di mettergli addosso un’unica etichetta viene molto dopo.



Un mondo destinato a finire

Il 1866 non segnò formalmente la fine della Militärgrenze, quella sarebbe arrivata negli anni successivi, ma segna comunque la fine del mondo che l’aveva resa possibile.


Eserciti di massa, coscrizione generalizzata, ferrovie, industrie, armi rigate e amministrazioni statali sempre più efficienti rendevano progressivamente meno necessario mantenere un’enorme società di contadini-soldati organizzata secondo principi nati durante le guerre contro l’Impero ottomano. La frontiera aveva svolto la propria funzione.


Aveva protetto. Aveva controllato. Aveva garantito privilegi.Aveva imposto obblighi. Aveva costruito scuole per avere soldati più efficienti. Aveva tollerato differenze religiose perché aveva bisogno degli uomini che le professavano. Aveva creato perfino reparti, come i Seressani, che sembravano appartenere più alla tradizione dei Balcani che all’esercito regolamentare di Vienna.


E proprio qui sta la sua particolarità. Il Confine Militare non trasformò semplicemente i suoi abitanti in Austriaci: li integrò nell’Impero senza cancellare completamente ciò che erano.A volte per scelta, pù spesso per necessità.

Per oltre un secolo quel compromesso funzionò. Poi la società che aveva creato cominciò a cambiare. Le scuole produssero uomini più istruiti. Le comunità religiose difesero più consapevolmente i propri diritti. Le identità locali cominciarono progressivamente a trasformarsi in identità politiche e nazionali.

L’Impero aveva creato una popolazione armata per difendere il proprio confine.


Con il tempo, quella popolazione aveva imparato anche a chiedersi chi fosse, quale fosse la propria terra e quale posto dovesse occupare nello Stato che serviva.

Un paradosso perfettamente asburgico. Che ci piaccia o no, anche questo era il Confine Militare.

Non una linea. Un mondo di sfumature, compromessi e paradossi.


L. Danieli

Per informazioni: acrimperi@gmail.com


RIPRODUZIONE VIETATA



Fonti

Fonti principali – archivio ACRIMPERI

  • Franz Vaníček, Specialgeschichte der Militärgrenze, voll. I, III e IV, opera di riferimento costruita su documentazione amministrativa, normativa e militare relativa alla Frontiera. I volumi sono presenti nell’archivio ACRIMPERI.   

  • Gunther E. Rothenberg, The Army of Francis Joseph, Purdue University Press, 1976, per l’evoluzione generale dell’esercito asburgico e il ruolo della Militärgrenze nell’apparato militare della monarchia.

  • Per la riorganizzazione teresiana e la trasformazione dei Grenzer in truppe impiegabili anche come fanteria regolare: Rothenberg.

  • Per il 1809, la perdita di gran parte della Frontiera croata e la successiva ricostruzione militare austriaca: Rothenberg.

  • Per l’ordinamento del 1850 e la ridefinizione dei diritti e obblighi degli abitanti: Specialgeschichte der Militärgrenze.  

  • Per l’impiego dei Grenzer nelle campagne del 1859 e 1866: Specialgeschichte der Militärgrenze.  

  • David Hollins, Austrian Frontier Troops 1740–98, Osprey Men-at-Arms 413, utilizzato come riferimento complementare per organizzazione, uniformi e reparti particolari della Frontiera.

Scuola e società della Frontiera

  • Ivančica Marković, “Development of elementary education in the Slavonian Military Border during the 18th and the 19th centuries”, Scrinia Slavonica, 2011. Lo studio documenta l’apertura sistematica delle scuole dal 1764, il ruolo del tedesco come lingua amministrativa e militare, la riforma del 1774 e lo sviluppo delle scuole reggimentali e professionali.

  • Robert Skenderović, “German Public Schools in the Slavonian Military Border Zone before the Introduction of the General School Regulation (1774)”, Review of Croatian History, 2018, per il passaggio dalle scuole ecclesiastiche alle scuole organizzate dalle autorità militari.

  • Mirko Raguž, “The Beginnings of Public Education in the Military Frontier – The Constitution of the Illyrian Deputation for the Little Illyrian Schools from the Year 1776”, 2022, per l’organizzazione dell’istruzione delle comunità ortodosse.

Religione e integrazione

  • Philip J. Adler, “Serbs, Magyars, and Staatsinteresse in Eighteenth Century Austria”, Austrian History Yearbook, per il rapporto fra esigenze militari dello Stato, popolazione serbo-ortodossa e politica confessionale asburgica.

  • Zlatko Kudelić, “Habsburg Religious Politics in Croatian and Slavonian Military Frontier…”, Review of Croatian History, per le tensioni fra Chiesa cattolica, autorità imperiali e comunità ortodosse della Frontiera.

  • Per i privilegi religiosi e l’organizzazione della comunità ortodossa serba nella monarchia asburgica: studio sulla Grande Migrazione e sui privilegi concessi da Leopoldo I.

Seressani, cordone sanitario e vita quotidiana

  • Alexander Buczynski, “The Plague, Kontumazen and Quarantine: Epidemiological Measures in the Military Frontier in the 18th and 19th Century”, per il cordone sanitario, le quarantene, il sistema dei posti di frontiera e il ruolo operativo dei Seressani.

  • Juraj Balić, “In her Majesty’s Service: Newspaper Reports on the Lycanian Grenzer during the War of the Austrian Succession”, Povijesni prilozi, 2018, per la percezione contemporanea dei Grenzer della Lika e le notizie diffuse dalla stampa europea del Settecento.

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