RUDOLF OTTO VON OTTENFELD (1856-1913)
Aggiornamento: 30 ago
Chiunque si sia occupato con una certa serietà di uniformologia austriaca, presto o tardi, si è imbattuto in Rudolf Otto von Ottenfeld. Spesso senza neppure saperlo. Una tavola di fanteria del 1809, un ussaro, un artigliere, un Grenzer, qualche complicata combinazione di buffetterie sulla quale discutere mezz'ora per stabilire dove esattamente passasse una cinghia: in buona parte della pubblicistica moderna, dietro l'immagine c'è lui. O qualcuno che ha copiato lui. O, caso tutt'altro che raro, qualcuno che ha copiato qualcuno che aveva già copiato lui.
Le sue figure sono diventate talmente familiari da sembrare quasi contemporanee ai soldati raffigurati.
Non è così. Quando Ottenfeld disegnava un fante del 1809, Napoleone era morto da più di settant'anni. Questo dovrebbe già suggerire una certa cautela; non diminuisce minimamente il valore del suo lavoro, ma cambia parecchio il modo in cui andrebbe utilizzato.
Ottenfeld fu infatti assai più di un compilatore di tavole uniformologiche. Fu pittore di battaglie e di soggetti orientalisti, viaggiatore, testimone di una guerra balcanica, collaboratore di uno dei più ambiziosi progetti editoriali della monarchia, membro fondatore della Secessione viennese e professore dell'Accademia di Praga. Prima ancora, però, fu il prodotto quasi perfetto di quella strana macchina che era l'Impero austriaco: una famiglia poteva trovarsi nell'arco di tre generazioni a dirigere poste in Boemia, servire nell'esercito in Veneto, morire sul campo in Moravia e generare infine un pittore nato a Verona che avrebbe insegnato a Praga.
Difficile immaginare qualcosa di più asburgico senza aggiungere una locomotiva e un funzionario delle imposte.
GLI OTTENFELD: POSTE, STATO E UN PO' DI POLVERE DA SPARO
Rudolf nacque a Verona il 21 luglio 1856.
La città era allora ancora una delle principali piazzeforti del Lombardo-Veneto e la famiglia vi si trovava per ragioni militari: suo padre, Rudolf Johann Otto Ritter von Ottenfeld, era ufficiale del 38° Reggimento di Fanteria Graf Haugwitz, reparto che ebbe per lungo tempo legami con il Veneto e con la guarnigione di Monselice.
Gli Otto von Ottenfeld appartenevano ad una vecchia famiglia nobiliare boema; una nobiltà soprattutto di servizio, più abituata agli uffici, alle uniformi e agli incarichi dello Stato che a trascorrere il tempo contemplando i propri antenati sopra un camino.
Il nonno del pittore, Johann Otto Ritter von Ottenfeld, era k.k. Postmeister a Trautenau, l'attuale Trutnov. Lo sappiamo tra l'altro dal necrologio di un altro figlio, Gustav, nato proprio a Trautenau nel 1816: il documento ricorda espressamente che il padre vi dirigeva la posta imperiale.
Essere Postmeister non voleva dire semplicemente avere la responsabilità di un ufficio pieno di lettere. La posta era ancora un sistema di comunicazione e trasporto fisico, fatto di stazioni, cavalli, carrozze, corrieri e cambi; in pratica una parte dell'apparato circolatorio della monarchia.
Nel medesimo ramo familiare emerge poi una figura ancora più notevole, Maximilian Otto Ritter von Ottenfeld, fratello del nonno secondo la genealogia della famiglia e dunque prozio del pittore.
Maximilian fu uno degli uomini che portarono la posta austriaca fuori dal Settecento.
Entrato nella Hofkammer nel 1802 e passato poi al dipartimento postale, spinse per una radicale riorganizzazione dei trasporti; nel 1823 partì la prima linea regolare dell'Eilpostwagen fra Vienna e Brünn. La posta celere percorreva 144 chilometri in circa quattordici ore. Non ci si precipiti ad acquistare il biglietto, ma all'epoca il risultato fu abbastanza impressionante. Negli anni seguenti le nuove linee raggiunsero Praga, Pressburg, Graz, Buda e Trieste.
Maximilian intervenne su praticamente tutto: organizzazione, personale, linee, collegamenti urbani; l'Archivio della Postdirektion di Graz lo indica come la figura nelle cui mani tornò a concentrarsi la direzione delle grandi riforme postali degli anni Trenta e Quaranta. La sua idea, piuttosto moderna, era che la posta dovesse funzionare come un servizio destinato a soddisfare bisogni reali della popolazione, e magari nel frattempo produrre anche qualche introito allo Stato.
Nel 1830 riorganizzò anche la Stadtpost viennese: sei grandi distretti, quarantasei zone di consegna e settantatré punti di raccolta collegati da piccoli carri. Si interessò perfino alle condizioni dei postiglioni, alla disciplina e ai riconoscimenti di servizio.
A distanza di alcuni decenni un altro Ottenfeld avrebbe impiegato giornate intere a studiare il colore di colletti, falde e distintivi. Sarebbe naturalmente ridicolo supporre l'esistenza di un gene dominante della famiglia per l'uniformologia; però questi Ottenfeld, evidentemente, avevano una certa difficoltà a stare lontani dalle uniformi dello Stato.
IL 3 LUGLIO 1866
Il padre di Rudolf aveva scelto un altro ramo della medesima amministrazione imperiale: quello dove, anziché timbrare lettere, poteva capitare di essere colpiti da un proiettile prussiano.
Nel 1866 il maggiore Rudolf Johann Otto von Ottenfeld serviva nel 38° Infanterie-Regiment Graf Haugwitz. Il 3 luglio il reggimento combatté a Königgrätz.

Per l'Austria fu la giornata che decise la guerra con la Prussia e ridisegnò per sempre gli equilibri del mondo tedesco; per Rudolf, che aveva appena dieci anni, fu il giorno nel quale morì suo padre. Le fonti genealogiche lo registrano senza particolare poesia: morto il 3 luglio 1866 nella battaglia di Königgrätz.
Il 38° venne investito nella zona di Chlum e subì perdite terribili. Ancora oggi sul campo di battaglia rimane il monumento dedicato agli ufficiali e ai soldati del reggimento.
Una tradizione successivamente fissata dalla memoria familiare raccontava che il maggiore Ottenfeld, gravemente ferito, fosse rimasto presso la bandiera del battaglione e avesse rifiutato di allontanarsi, morendo dissanguato.
Quanto vi sia dell'avvenimento e quanto della costruzione celebrativa ottocentesca non è facile dire. L'Ottocento, bisogna ammetterlo, aveva un certo talento nel sistemare la morte degli ufficiali in una posizione conveniente per il futuro scultore del monumento.
Resta il punto fondamentale: Rudolf perse suo padre a Königgrätz. Trent'anni più tardi la famiglia tornò su quel campo per commemorarlo. Poco dopo lo stesso Rudolf avrebbe dipinto proprio quella battaglia.
Più che sufficiente; eviterei di disturbarlo con una psicanalisi postuma.
UNA CARRIERA MILITARE MANCATA
Anche il giovane Rudolf era stato avviato verso l'esercito. La vecchia biografia pubblicata su ACRIMPERI ricordava già la sua frequentazione di un istituto militare prima dell'abbandono di quella strada; una fonte artistica del 1899 arriva addirittura a qualificarlo come ehemaliger Offizier, ex ufficiale. In assenza, almeno per ora, di uno stato di servizio che indichi grado e reparto, conviene mantenere una certa prudenza sul secondo punto. La formazione cadetta rimane però un fatto importante.
Nel 1874 entrò all'Accademia di Belle Arti di Vienna. Fra i suoi maestri vi furono Carl Wurzinger e soprattutto Leopold Carl Müller, uno dei maggiori pittori orientalisti austriaci.
Ottenfeld acquisì così una preparazione che spiega meglio delle semplici tavole militari il suo successo successivo. Era molto attento ai tessuti, alle masse, ai cavalli, alle posture; soprattutto sapeva che un uomo vestito non è un manichino sul quale siano state appese diligentemente una giberna, una borraccia e due cinghie.
Un principio che, ancora oggi, non sarebbe male ricordare ogni tanto. Nel 1879 compare poi in un episodio apparentemente marginale ma piuttosto gustoso.
Vienna celebrò le nozze d'argento di Francesco Giuseppe ed Elisabetta con il gigantesco Makartfestzug, il corteo storico progettato da Hans Makart. Migliaia di persone sfilarono in abiti ispirati alle diverse epoche e corporazioni.
Ottenfeld partecipò.
E soprattutto è rimasta una sua fotografia: ventitreenne, baffi già notevoli, cappello largo, farsetto storico, stivali e posa da uomo che sembra perfettamente convinto della propria scelta sartoriale. La fotografia di Viktor Angerer è oggi conservata dal Wien Museum e datata precisamente al 1879.
Non chiameremo il Makartfestzug «rievocazione storica» nel senso moderno, per evitare di sentirci tirare dietro qualche tomo di metodologia storica.

Però rimane curioso vedere il futuro autore delle più celebri ricostruzioni dell'esercito austriaco vestito lui stesso in costume storico.
La tentazione, evidentemente, esisteva già.
DALMAZIA, SERBIA, CAUCASO
Dopo gli studi Ottenfeld viaggiò molto.
Il necrologio pubblicato dal Neues Wiener Tagblatt nel luglio 1913 ricorda una prima Studienreise in Dalmazia, quindi il trasferimento a Monaco e altri viaggi in Dalmazia, Bosnia, Erzegovina, Costantinopoli, Asia Minore e Caucaso.
Non erano semplicemente destinazioni alla moda per pittori in cerca di qualche turbante da inserire nel catalogo della prossima esposizione. Nel 1885 Ottenfeld seguì infatti per un tratto il quartier generale serbo durante la guerra serbo-bulgara. È un'informazione riportata espressamente nel suo necrologio.
Dell'esperienza rimangono almeno due incisioni tratte dai suoi disegni: la ritirata della divisione di cavalleria serba dalle alture della Ploča, fra Niš e Pirot, e un campo di una colonna di approvvigionamento presso Crvena Reka. I soggetti sono interessanti proprio perché non particolarmente gloriosi: ritirate, cavalli, rifornimenti, uomini accampati in ripari improvvisati mentre il tempo faceva del suo meglio per peggiorare una situazione già poco invitante. Quella guerra Ottenfeld, almeno in parte, la vide.
E probabilmente questo gli insegnò qualcosa che negli album uniformologici si tende a perdere: dopo qualche giorno di campagna una divisa smette di avere l'aspetto previsto dal sarto. Nel 1886 lo troviamo poi a Tiflis, nell'attuale Georgia.
Qui abbiamo la prova scritta direttamente sui quadri: alcune opere recano la firma R. v. Ottenfeld, Tiflis 1886. Non un generico «Oriente» ricostruito in atelier, ma una presenza reale nel Caucaso. Cavalli, villaggi, uomini armati, montagne e costumi entrano nei suoi dipinti con un'attenzione quasi etnografica al dettaglio. La grande capacità di Ottenfeld nel rendere l'equipaggiamento militare non nasce dunque soltanto dagli archivi: nasce anche da anni trascorsi a osservare come le persone portano effettivamente addosso le cose.
UN PITTORE AL SERVIZIO DELL'IMMAGINE DELL'IMPERO
Negli anni successivi Ottenfeld entrò pienamente nel circuito dell'arte ufficiale della monarchia. Partecipò alle grandi esposizioni internazionali, nel 1892 venne scelto come giurato a Monaco, ottenne riconoscimenti a Vienna, Anversa e Berlino; alcune delle sue grandi opere finirono nelle raccolte imperiali. Il necrologio del 1913 ricorda espressamente che più quadri importanti erano in possesso dell'Imperatore.
Collaborò inoltre al mastodontico Die österreichisch-ungarische Monarchie in Wort und Bild, il Kronprinzenwerk. Era, in fondo, il tentativo di spiegare l'Impero a se stesso.
Popolazioni, regioni, paesaggi, mestieri, costumi, città, tradizioni: tutto doveva essere raccolto e ordinato dentro la grande narrazione di una monarchia composta da popoli diversissimi ma, almeno nelle intenzioni editoriali, felicemente avviati a rimanere insieme per l'eternità. Gli eventi successivi avrebbero mostrato qualche crepa nel progetto.
Ottenfeld fornì numerose illustrazioni; durante i propri viaggi continuò ad osservare costumi, artigiani, cavalli, abitazioni e popolazioni dal vero. Questo è fondamentale anche per comprendere le sue uniformi. Prima di essere uniformologo era un uomo allenato a guardare.
1895: L'ESERCITO AUSTRIACO DIVENTA OTTENFELD
Nel 1895 uscì l'opera che avrebbe consegnato il suo nome alla storia militare: Die österreichische Armee von 1700 bis 1867.
Il progetto comprendeva i testi di Oskar Teuber e un vastissimo apparato iconografico realizzato da Ottenfeld. Il volume originale percorreva più di un secolo e mezzo di evoluzione dell'esercito imperiale: fanteria tedesca e ungherese, Grenzer, artiglieria, ussari, dragoni, corazzieri, generali e corpi speciali.
Il successo fu enorme. Talmente enorme da diventare, per certi versi, un problema.
Gran parte dell'immagine che oggi abbiamo del soldato austriaco fra Settecento e Risorgimento passa infatti attraverso Ottenfeld. Le tavole sono state riprodotte nei libri, nei cataloghi, su internet, ritagliate, ricolorate, copiate. A volte senza più nemmeno ricordare da dove provengano.
E qui bisogna essere chiari. Ottenfeld è una fonte fondamentale, ma non è una fonte coeva per buona parte di ciò che rappresenta.
Quando nel 1895 disegnava un granatiere del 1750 stava ricostruendo un uomo vissuto quasi un secolo e mezzo prima. Quando raffigurava un fante del 1805 lavorava a novant'anni di distanza.
Aveva a disposizione collezioni viennesi eccezionali, oggetti oggi perduti, archivi e una tradizione militare ancora vicinissima; i suoi studi preparatori conservati nelle raccolte militari viennesi dimostrano inoltre quanto il lavoro fosse accurato. La sua esperienza personale con l'esercito e la guerra gli dava un vantaggio non trascurabile. Ma interpretava. E un pittore, anche quando è estremamente preciso, continua ad essere un pittore.
Se una fonte non chiariva completamente un particolare, bisognava comunque terminare il disegno entro sera.

IL PERICOLO DI TRE OTTENFELD
Il problema diventa più evidente nella letteratura successiva. Immaginiamo un autore del 1910 che copia Ottenfeld. Poi un illustratore del 1930 copia quello del 1910.
Un libro del 1970 riproduce la versione del 1930. Arriva infine il rievocatore del XXI secolo, apre tre pubblicazioni, trova lo stesso particolare tre volte e conclude con soddisfazione:
«Tre fonti lo confermano». In realtà sono Ottenfeld, Ottenfeld dopo due passaggi e Ottenfeld con una stampa peggiore. La genealogia delle immagini è uno dei problemi più insidiosi dell'uniformologia.
Per questo Ottenfeld va sempre confrontato, quando possibile, con regolamenti, oggetti originali, iconografia contemporanea, documenti e descrizioni. Non significa ridimensionarlo. Significa trattarlo seriamente.

KÖNIGGRÄTZ TORNA SULLA TELA
Nel 1897 Ottenfeld dipinse uno dei suoi quadri militari più importanti:
Ein Ruhmesblatt der österreichischen Artillerie. Die Armeegeschützreserve nach der Schlacht bei Königgrätz am 3. Juli 1866.
Quasi tre metri di tela. Il soggetto, questa volta, toccava direttamente la sua storia personale: quella era la battaglia nella quale era morto suo padre. L'opera è oggi conservata all'Heeresgeschichtliches Museum di Vienna. Interessante è il modo nel quale affrontò il tema.
La guerra non appare come una geometrica parata di uniformi appena spazzolate. Ci sono uomini esausti, cannoni, cavalli morti, terreno sconvolto. Il titolo contiene ancora la parola Ruhmesblatt, pagina gloriosa — siamo pur sempre nel XIX secolo — ma la pittura non riesce del tutto a nascondere ciò che costa quella gloria.
Nello stesso giro d'anni le fonti associano a Ottenfeld anche un lavoro chiamato Chlum. Il nome, per lui, non poteva essere neutrale.

CON KLIMT, INVECE DEI VECCHI GENERALI
Poi arriva il 1897 e la biografia prende una piega apparentemente assurda. L'autore delle tavole dell'antico esercito austriaco diventa uno dei fondatori della Secessione viennese.
Ottenfeld non si aggregò quando il movimento era ormai elegante e rispettabile. Era presente nella fase della rottura con il Künstlerhaus e partecipò concretamente alle attività della nuova associazione. Nella prima esposizione della Secessione, nel 1898, compariva nel Decorations-Comité insieme ad Adolf Michael Boehm, Friedrich König, Johann Victor Krämer e Maximilian Lenz; quella mostra attirò 56.802 visitatori.
L'ambiente era quello di Klimt, Carl Moll, Josef Hoffmann, Koloman Moser, Olbrich. Non proprio il circolo nel quale ci si aspetterebbe di trovare l'uomo che pochi anni prima aveva ordinato in bellissime tavole la foggia dei pantaloni dei granatieri di Maria Teresa.
Ottenfeld collaborò anche a Ver Sacrum, la rivista della Secessione. Questo dettaglio aiuta a sottrarlo alla caricatura del pittore militarista e nostalgico.
Era perfettamente capace di amare l'antico esercito e, nello stesso tempo, partecipare ad una delle più radicali esperienze di rinnovamento artistico della Vienna fin de siècle. Una cosa, evidentemente, non gli impediva l'altra.
A PRAGA NESSUNO LO VOLEVA. ALL'INIZIO
Nel 1900 arrivò la nomina all'Accademia di Praga, dove Ottenfeld avrebbe occupato la posizione lasciata da Julius Mařák. E qui la storia diventa quasi comica. Gli studenti di Mařák volevano come successore Antonín Slavíček.
Quando cominciò a circolare il nome di Ottenfeld, sei di loro organizzarono una vera campagna di protesta. Prepararono una petizione, ottennero le firme di artisti e uomini di cultura; il grande mecenate Josef Hlávka portò personalmente la richiesta al ministero di Vienna.
Vienna ascoltò con la consueta sensibilità. E nominò Ottenfeld. I sei promotori vennero espulsi dall'Accademia; due studenti appena ammessi si dimisero per solidarietà.
Così, quando il nuovo professore avrebbe dovuto prendere in mano la scuola, non gli era rimasto un solo studente.
È difficile immaginare un primo giorno di lavoro più promettente. Le espulsioni furono poi ritirate e i ragazzi tornarono. Ci si aspetterebbe, a questo punto, un professore furioso e pronto a trascorrere il resto dell'anno bocciando sistematicamente chiunque avesse firmato qualcosa.
Ottenfeld fece il contrario. Ota Bubeníček, uno dei ribelli, ricordò in seguito che il nuovo professore mostrò di comprendere perfettamente il loro comportamento: conosceva e rispettava Mařák e capiva perché gli allievi avessero voluto difendere la continuità della sua scuola.
Il rapporto cambiò completamente. Bubeníček avrebbe poi ricordato Ottenfeld quasi più come un amico che come un professore. Un discreto risultato per un uomo accolto con una scuola vuota. Ottenfeld rimase a Praga per gli ultimi tredici anni della propria vita.
L'ULTIMO ANNO DEL VECCHIO MONDO
Morì nel luglio del 1913, dopo una lunga malattia, a cinquantasette anni. Il necrologio viennese ricordava ormai un artista celebre, premiato, presente nelle collezioni imperiali, collaboratore del Kronprinzenwerk e illustratore dell'esercito austriaco. Meno di un anno dopo, a Sarajevo, un colpo di pistola avrebbe aperto la crisi destinata a trascinare quell'Impero nella sua ultima guerra.
Cinque anni più tardi non sarebbero più esistiti né l'Impero né il suo esercito. La coincidenza cronologica dà alle immagini di Ottenfeld un carattere particolare.
Aveva ricostruito l'esercito antico quando esisteva ancora lo Stato che di quell'esercito era l'erede diretto. Poteva entrare in un museo e osservare una vecchia giubba, consultare un archivio e, uscendo, incontrare ufficiali che servivano ancora Francesco Giuseppe. Per noi il problema è diverso.
Tra quelle uniformi e noi si sono messi due guerre mondiali, dissoluzioni di Stati, musei bombardati, raccolte disperse, cambi di confine e un'infinità di oggetti finiti chissà dove. Ecco perché Ottenfeld rimane essenziale.
Ma proprio perché è essenziale non conviene trasformarlo in un santino. Va osservato, confrontato, qualche volta contraddetto. Anche perché il vero merito delle sue immagini non è soltanto dirci com'era fatto un bottone. I suoi soldati hanno peso. Le cinghie tirano. Le falde si muovono. Gli zaini deformano la postura. I cavalli sembrano cavalli e non mobili dotati di quattro gambe.
Ottenfeld aveva visto soldati, aveva ricevuto una formazione militare, aveva seguito una guerra e aveva viaggiato attraverso buona parte dei territori che dipingeva. Sapeva che l'uniforme, quando viene indossata, smette di essere un disegno.
Per chi fa ricostruzione storica è forse questa la lezione più utile. Si può arrivare alla perfezione del panno, del bottone, della cucitura e della fibbia; dopodiché bisogna ancora riuscire a far sembrare che dentro vi sia un soldato. Ottenfeld, quello, lo sapeva fare.
L. Danieli
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